(PDF) BANCA E POESIA AL TEMPO DI DANTE, Milano 2017 (Quaderni dell'ASSBB 58)
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BANCA E POESIA AL TEMPO DI DANTE, Milano 2017 (Quaderni dell'ASSBB 58)
Antonio Montefusco
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Abstract
Nel Duecento si sviluppa, a Firenze, un'attività finanziaria imponente. Nello stesso momento, i teologi, soprattutto francescani, iniziano a concettualizzare i concetti legati alla circolazione della ricchezza e cercano di inserire i mercanti (molti dei quali sono anche banchieri) una via per la salvezza eterna. Ma anche la letteratura in volgare contribuisce a questi cambiamenti epocali di mentalità, soprattutto se pensiamo al fatto che il credito, nel Medioevo, è ufficialmente condannato dalla Chiesa. Due poeti della generazione precedente a Dante (Brunetto Latini e Monte Andrea) contribuiscono attivamente, da due punti di vista diversi, a questo cambiamento. Dante rifiuterà le loro innovazioni, dimostrando di maneggiarle in maniera avvertita.
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Un palcoscenico della vita, su Gennaro Sasso, "Forti cose a pensar mettere in versi". Studi su Dante, Torino, Aragno, 2017 (da "Via Po Cultura", settimanale del quotidiano nazionale "Conquiste del Lavoro", 1 dicembre 2018).
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LA POESIA DI DANTE - di BENEDETTO CROCE - Laterza (1922 - II EDIZIONE RIVEDUTA) - PDF COMPLETO
Marco Brando
Laterza, 1922
< Il più alto e vero modo di onorare Dante è anche il più semplice: leggerlo e rileggerlo, cantarlo e ricantarlo, tra noi e noi, per la nostra letizia, per il nostro spirituale elevamento, per quell’interiore educazione che ci tocca fare e rifare e restaurare ogni giorno, se vogliamo «seguir virtute e conoscenza», se vogliamo vivere non da bruti, ma da uomini> ---o--- Questo saggio, che è stato determinante per riorientare il viaggio di Dante nel XX secolo, fece scandalo e fu contestato, perché Benedetto Croce rivendicava a quel lettore comune, a quello che definiva "il poetico lettore", che sentiva anche di rappresentare in sé, contro i “dantisti”, contro quei filologi ed eruditi, che avevano in un certo senso sequestrato in un culto molto celebrativo la Divina Commedia. La battaglia contro il dantismo è la battaglia contro i professori universitari, che è un suo polo polemico costante fin dal 1894, dal saggio La Critica letteraria, in cui dice che molte ricerche dei professori spessissimo dedicate a Dante sono titoli concorsuali. Segue sul tema un brano da "La Critica", 1941, XXXIX, La parola "professore" come epiteto: < A proposito dell'uso non infrequente da me fatto della parola "professore" ad esprimere un certo modo d'inferiorità in cose di filosofia, mi si risponde che "anche Platone, Aristotele, Vico, Kant e altri grandi furono professori". La risposta, che vorrebbe essere arguta, è essa stessa professorale, cioè poco fine, perché non intende che io parlo non già dell'onesto guadagnarsi il pane con l'insegnamento, ma di un certo abito mentale che si forma spesso in quella condizione; spesso, ma non sempre, e non mai nei grandi, che, in mezzo al mestiere stesso che sono portati a esercitare, grandeggiano. Ma poco fine è quella risposta anche perchè non coglie la mia sottintesa premessa, cioè che la filosofia come la poesia sorge dall'intimo petto, si fa solo quando si può, si fa quando si è costretti a farla; donde la diffidenza per la filosofia nascente da richieste esterne, da necessità di carriera, analoga alla poesia per nozze e nascite e funerali, monacazioni, elevazioni alla sacra porpora, e simili. Dal maitre d'école, propriamente detto e in relazione all'ufficio sociale che esercita, non si pretende che esso sia filosofo, ma che possegga cultura, buona informazione, chiarezza d' intelligenza, modestia, dignità, che è ciò per cui lo si tiene in pregio, e che, come ogni cosa bella e buona, è poi tutt'altro che comune e volgare" >. --- ( Testo tratto dall'articolo di Emma Giammattei - professoressa emerita di letteratura italiana all’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli - pubblicato su Raicultura.it: https://www.raicultura.it/filosofia/articoli/2021/03/Benedetto-Croce-La-poesia-di-Dante--36eea77f-1c2f-4caf-8c96-5d9162382e1c.html )
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Un grido autobiografico. Il Caravaggio di Anna Banti
Sonia Rivetti
In occasione dei quarant'anni dalla morte di Anna Banti, questo articolo apre alla scoperta di Anna Banti studiosa di Caravaggio, seguendo due piste d'indagine: nella prima parte, si analizzano le opere della Banti (lettere, scritti d'arte, racconti) che parlano di Caravaggio; nella seconda parte, una comparazione tra la produzione artistica di Caravaggio e quella letteraria della Banti ci porta ad ipotizzare un legame tra il pittore e la scrittrice fondato sull'indissolubilità tra vita e arte/letteratura.
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"L'ORA DI DANTE". LA COMMEDIA IN CLASSE
ANTONELLA DI NALLO
2021
«L'ora di Dante», il cui titolo richiama lo spazio per fortuna ancora considerevole riservato allo studio della Divina commedia nella scuola italiana, è l'esito di un laboratorio dantesco nato all'interno del corso di Didattica della Letteratura italiana dell'Università "G. d'Annunzio" di Chieti-Pescara durante l'anno accademico 2020/2021 nel periodo della didattica a distanza. Come suggerisce l'immagine scelta per la locandina (il titolo dell'opera di Giuseppe Veneziano è
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), lo studente e lo studioso di Dante, nell'impossibilità di frequentare biblioteche reali e libri di carta, hanno potenziato la pratica e la condivisione degli strumenti dell'italianistica digitale, ricchissima di risorse per lo studio della Commedia. Uno tra i più noti esperti di Didattica della letteratura italiana, Guido Armellini, sarà l'interlocutore di alcuni studenti che hanno scelto di presentare ai loro colleghi universitari e ai più giovani allievi della scuola secondaria di secondo grado proposte didattiche di argomento dantesco. L'esperimento è un'occasione di incontro trasversale, "in presenza", nel nome di Dante: fra i diversi attori del processo educativo, fra sapere accademico e ricerca didattica, fra immaginario giovanile e grandi autori del passato. Considerata l’assoluta centralità della lettura nell'approccio con l'opera dantesca, i versi della Commedia scelti dagli studenti saranno letti dall'attrice professionista Susanna Costaglione. Parte attiva del seminario saranno gli studenti, i docenti e la Dirigente Scolastica di un Liceo Scientifico del territorio. Antonella Di Nallo (docente di Didattica della Letteratura italiana)
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DANTE, MUSSOLINI E IL "PENSIERO DI DESTRA" - di MARCO BRANDO - CONGRESSO DANTESCO INTERNAZIONALE 2023
Marco Brando
CONGRESSO DANTESCO INTERNAZIONALE 2023, 2023
«Salve, o popolo d’eroi/ salve, o Patria immortale! / [...] Il valor dei tuoi guerrieri,/ la virtù dei pionieri, / la vision de l’Alighieri/ oggi brilla in tutti i cuor». Questo è l’incipit della canzone intitolata “Giovinezza”. Fu approvata dal direttorio del PNF come Inno Trionfale del Partito Nazionale Fascista. Nel 1925 il testo originario (scritto nel 1909 come canto goliardico) fu riscritto dallo scrittore Salvator Gotta (l’autore in cambio ottenne dal regime un cospicuo vitalizio). Si suonava immediatamente dopo la Marcia Reale, così riuscì a ottenere il primo posto nell’hit parade del regime. Il richiamo a Dante, aggiunto di sana pianta da Gotta, è fondamentale come segno della continuità tra la presunta profezia dantesca e la sua realizzazione storica. [...] L’uso e l’abuso di Dante durante il Ventennio colpisce ma non meraviglia. Ma è il caso di paracadutarlo anche nel nostro variegato agone partitico e fargli perdere quella neutralità conquistata negli anni della Repubblica? In teoria non sembra opportuno, per tanti motivi (storici, letterari, politici). In pratica, è successo pochi mesi fa: la paternità del «pensiero di destra» in Italia è stata attribuita all’Alighieri il 15 gennaio 2023 da Gennaro Sangiuliano, ministro della Cultura nel Governo Meloni. ---o--- ERRATA CORRIGE: nel versione che avevo pubblicato precedentemente c'era un lapsus (2023 al posto di 1923... ), mi scuso (in quella caricata adesso l'errore è stato tolto)
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Pittura e parola scritta. L’arte del dipingere nelle poesie di Giovan Paolo Lomazzo, in ‘Pinger cantando’. Arti sorelle a Milano tra Cinque e Seicento, Atti del convegno [Milano, Università Cattolica del Sacro Cuore, 16 maggio 2023]), a cura di R. Ferro, B. Moroni, Città di Castello, 2024, pp. 41-72
Mauro Pavesi
Ogni testo inviato alla Redazione della collana «Biblioteca del Rinascimento e del Barocco» è reso anonimo e sottoposto al processo di peer review, che consiste nell'esame di almeno due valutatori anonimi, il cui parere motivato scritto verrà comunicato all'autore, insieme al giudizio finale favorevole o sfavorevole alla pubblicazione. I documenti della valutazione sono archiviati presso la Redazione.
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DANTE E LA DIMENSIONE VISIONARIA TRA MEDIOEVO E PRIMA ETÀ MODERNA a cura di Bernhard Huss e Mirko Tavoni
Mirko Tavoni
2019
www.longo-editore.it All rights reserved Printed in Italy Participation in CLOCKSS and PORTICO Ensures Perpetual Access to Longo Editore content PREMESSA Si pubblicano qui gli Atti del seminario tenuto il 23 novembre 2017 presso l'Italienzentrum della Freie Universität Berlin, sotto l'egida della Alexander von Humboldt Stiftung, sul tema Dante e la dimensione visionaria tra medioevo e prima età moderna. Il seminario è stato ideato dai curatori di questo volume: Bernhard Huss, Direttore dell'Italienzentrum e dell'Institut für Romanische Philologie, e Mirko Tavoni, dell'Università di Pisa, che come Forschungspreisträger della Alexander von Humboldt Stiftung ha svolto presso la Freie Universität, nel corso del 2017, una ricerca precisamente sulla dimensione visionaria della Divina Commedia.
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LA SPELTA E LA VERBENA NEL CANTO XIII DELL'INFERNO DANTESCO
Angelo Manitta
quivi germoglia come gran di spelta. Surge in vermena e in pianta silvestra: (Inferno, XIII,(99)(100) Partendo dai versi danteschi «quivi germoglia come gran di spelta. / Surge in vermena e in pianta silvestra», il primo dei quali ha un parallelismo costruttivo nel verso «livido e nero come gran di pepe» 1 , si definisce innanzitutto cosa sia la spelta e cosa la verbena, nel tentativo di ricavarne le possibili fonti letterarie cui Dante attinge per la conoscenza delle due piante erbacee, evidenziandone anche le loro peculiari caratteristiche.
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Pittura e Musica si danno la mano (in "Musica Domani", n. 127, giugno 2003, pp. 24.29)
Alessandra Anceschi
Students aged 13-14 years analyze "En rythme", a Paul Klee’s picture. They transform the viewing experience in musical composition. Particularly interesting are analysis and assessments that the students operate on their musical products, showing lucidity and critical spirit.
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Associazione
per lo Sviluppo Università Cattolica
degli Studi di del Sacro Cuore
Banca e Borsa

ANTONIO MONTEFUSCO

“BANCA E POESIA AL TEMPO DI DANTE”
(SECOLI XIII-XV)
Presentazione
GIAN LUCA POTESTÀ

Ciclo di conferenze e seminari
“L’Uomo e il denaro”
Milano 23 gennaio 2017

QUADERNO N. 58

Associazione
per lo Sviluppo Università Cattolica
degli Studi di del Sacro Cuore
Banca e Borsa

ANTONIO MONTEFUSCO

“BANCA E POESIA AL TEMPO DI DANTE”
(SECOLI XIII-XV)
Presentazione
GIAN LUCA POTESTÀ

Ciclo di conferenze e seminari
“L’Uomo e il denaro”
Milano 23 gennaio 2017

Sede: Presso Università Cattolica del Sacro Cuore - Milano, Largo A. Gemelli, n. 1
Segreteria: Presso UBI Banca S.p.a. - Milano, Via Monte di Pietà, 7 - Tel. 62.755.1
Cassiere: Presso Banca Popolare di Milano - Milano, Piazza Meda n. 2/4 - c/c n. 40625

Per ogni informazione circa le pubblicazioni ci si può rivolgere alla Segreteria
dell’Associazione - tel. 02/62.755.252 - E-mail:
[email protected]
sito web: www.assbb.it

Prof. Gian Luca Potestà
Ordinario di Storia del Cristianesimo, Università Cattolica del
Sacro Cuore di Milano

Introduzione

Il titolo della conferenza odierna è un ossimoro: che cosa
infatti di meno poetico della banca? Qualche parola di pre-
sentazione del relatore e dei suoi studi aiuta a inquadrare la
questione e a sciogliere l’apparente contraddizione. Antonio
Montefusco è uno studioso giovane ma già internazionalmen-
te noto, le cui ricerche si pongono ai confini tra discipline che
in genere comunicano poco (o meglio: chi è competente in
una di esse non sempre si sporge verso altre): l’italianistica e
la filologia latina, la storia medievale, la storia del cristianesi-
mo e dei movimenti religiosi. Laureatosi in letteratura italia-
na alla Sapienza con una tesi su Iacopone da Todi tra estre-
mismo e negazione, ha conseguito nel 2008 presso la stessa
Università il dottorato di ricerca in Filologia e Letterature
Romanze con una tesi su Il Miles Armatus/ Cavalier Armat di
Pierre de Jean Olieu. Edizione critica e commento. La prima
fase delle sue ricerche è dunque legata al mondo degli Spiri-
tuali, dei fraticelli e degli outsiders francescani dei secoli XIII
e XIV. Frate minore vissuto nella seconda metà del ‘200 tra la
Provenza e l’Italia, l’Olivi fu infatti il punto di riferimento di
quelle minoranze; per la sua libertà intellettuale fu persegui-
tato in vita e censurato dopo morte, sicché il suo magistero
(non solo biblico e teologico, ma anche etico ed economico)
fu oggetto di tentativi ripetuti di cancellazione e poi di un pro-
lungato ridimensionamento fino ad anni recenti, quando final-
mente la potenza e la spregiudicatezza del suo pensiero è
venuta in piena luce. Interessandosi di questi temi, Montefu-
sco è entrato quasi naturalmente in contatto con i colleghi che
a Parigi lavorano più alacremente e continuativamente su di
essi. Entrato a far parte del Gas (Groupe d’Anthropologie
Scolastique) dell’Ecole des Hautes Etudes en Sciences Socia-

les di Parigi, diretto da Alain Boureau e Sylvain Piron, nel cui
ambito è stato più volte invitato a tenere cicli di seminari sugli
intellettuali laici italiani intorno al 1300, ha assunto già da
anni la segreteria di redazione della rivista online “Oliviana.
Mouvements et dissidences spirituels”.
Caratteristica di questi studiosi è l’originale rilettura del lasci-
to delle “Annales” e di Jacques Le Goff, mirante a una storia
intellettuale capace di superare le angustie e le rigidità disci-
plinari. In questa prospettiva si pongono gli interessi propria-
mente coltivati da Montefusco negli anni più recenti, in con-
comitanza con i riconoscimenti internazionali da lui ottenuti:
l’attribuzione prima della borsa di ricerca della Alexander von
Humboldt Stiftung, poi di un ben dotato ERC Starting Grant
2015-2020, per un progetto riguardante presenza e usi della
lingua volgare in opere tradotte o circolanti tra Firenze e la
Toscana tra la metà del ’200 e i primi del ‘400.
Tale progetto di ricerca, grazie a cui è stato chiamato nel 2015
a Ca’ Foscari Venezia a insegnare Letteratura Latina Medie-
vale, muove dalla consapevolezza del valore delle lingue vol-
gari, ambito di ricerca particolarmente coltivato nell’Unione
europea degli ultimi anni. Laddove il volgare è stato a lungo
ritenuto alternativo al latino, per cui gli studiosi che si occu-
pavano di testi volgari si occupavano poco e per lo stretto
necessario di testi latini, Montefusco punta su entrambi gli
ambiti, ponendo a fuoco la questione dell’uso simultaneo e
alternato di entrambe le lingue dentro i medesimi ambienti e
da parte dei medesimi intellettuali, letterati e scrittori che di
volta in volta ricorrevano ora all’una ora all’altra lingua. Sono
d’altronde in numero straordinario le opere scritte in latino e
tradotte nei volgari europei (o viceversa: scritte in volgare e
tradotte in latino), in ragione di contesti e finalità e in funzio-
ne dei differenti destinatari che si intendeva di volta in volta
raggiungere. In questa prospettiva il De vulgari eloquentia di
Dante viene inteso non come semplice testimone del faticoso
farsi largo del volgare nella cultura linguistica e letteraria del-
l’Italia mediana, bensì come documento programmatico di
una nuova figura di intellettuale laico, che per certi ambienti

e situazioni teorizza e si serve del volgare (Dante era convin-
to che i volgari fossero lingue naturali), per altri del latino
(che egli considerava lingua artificiale per eccellenza, come
tale particolarmente idonea alla trattazione di problematiche
dottrinali, filosofiche e scientifiche).
In tale prospettiva lo studio dei testi risulta proiettato su di
uno sfondo in cui le produzioni linguistiche e le espressioni
letterarie più raffinate devono necessariamente trovare una
collocazione storica ben individuata. A sua volta, la stessa col-
locazione sociale dei letterati si precisa e si definisce. Si sco-
pre così che figure considerate in passato come esponenti di
un mondo rarefatto sono in stretto contatto non solo fra loro,
ma con istituzioni civili e politiche entro cui ricoprono ruoli
spesso di rilievo. L’intellettuale laico dei primi del ‘300 è,
almeno in Italia, un notaio oppure un retore, diremmo oggi un
funzionario pubblico al servizio delle città, ovvero un mili-
tante politico impegnato nel governo di esse e negli scontri di
fazione. Si sa che Dante ebbe compiti di responsabilità al ser-
vizio prima di Firenze, poi dei nobili e signori dell’Italia cen-
trosettentrionale presso cui trovò ospitalità, operando per loro
come mediatore, ambasciatore, rappresentante nella stipula di
accordi. Ma non fu il solo ad avere un profilo del genere. Si
sa dell’impegno civile di un Brunetto Latini. Ma già prima la
stessa esperienza di Francesco d’Assisi può essere riletta
come quella di un pacificatore di contese tra fazioni nelle cit-
tadine dell’Italia centrale (il lupo di Gubbio!). E anche Giotto
– si scopre ora – mentre assumeva imponenti incarichi pitto-
rici, espletava delicati compiti e ambascerie per conto di città
toscane e del re di Napoli.
In questa luce anche l’opera di Dante viene pian piano resti-
tuita a una storicità più intima e profonda. Vi è in effetti un
suo lato oscuro che i dantisti di professione hanno finora ben
poco rischiarato, in quanto generalmente in ritardo rispetto
agli studi propriamente storici. Solo negli ultimi anni, a parti-
re dall’opera in due volumi del Carpi sulla Nobiltà di Dante,
nuovi orizzonti si sono aperti in vista di una conoscenza
approfondita del mondo del Divino Poeta. Insieme con Giu-

liano Milani, Antonio Montefusco si è distinto in questa nuo-
va prospettiva di ricerca, dedicando due importanti convegni
(il terzo è in preparazione) a Dante riconsiderato in chiave
storica e geopolitica, facendo perno sulla recente nuova edi-
zione del Codice diplomatico dantesco, comprendente tutta la
documentazione storico-archivistica riguardante Dante, i suoi
antenati e la sua discendenza.
Oltre alla Divina Commedia, sono in special modo le Lettere
a rivelare l’orizzonte intellettuale suo proprio: quello del teo-
logo-politico, capace di cambiare più volte giudizi e punti di
riferimento nel corso del tempo (altro che “il ghibellin fug-
giasco”!), del testimone di un’epoca di passioni in cui la cul-
tura passa non più solo dalle università e dagli studia degli
ordini religiosi, ma si produce e si rinnova a ridosso di biblio-
teche, istituzioni e corporazioni cittadine. Come tale, essa
deve misurarsi in primo luogo con i soggetti produttori e dif-
fusori della ricchezza: mercanti e banchieri. Riconsiderata in
questa prospettiva, la particolare attenzione che Dante dedica
nella Divina Commedia a usurai (Inf XVII), simoniaci (Inf
XIX) e falsari (Inf XXX) attesta non solo la sua denuncia di
figure moralmente negative di chierici e laici, ma manifesta
anche l’interesse del “divino poeta” per problematiche econo-
mico-finanziarie. La trattazione letteraria svela una riflessio-
ne economico-morale incentrata sulla questione dell’uso cor-
retto del danaro. In essa Dante rivela una sensibilità incline
più alla cautela di cui danno prova pensatori domenicani qua-
li Remigio de’ Girolami, che alla valorizzazione del rischio
d’impresa e delle virtù positive della moneta e del commercio
propria dei francescani, a partire dal teorico per eccellenza
della povertà volontaria, Pietro di Giovanni Olivi. Da un ossi-
moro all’altro!

Prof. Antonio Montefusco
Docente di Filologia Medievale e Umanistica, Università Ca’
Foscari di Venezia

BANCA E POESIA NELL’ETÀ DI DANTE

1. Schegge. Credito e linguaggio nel Medioevo.
Desidero, in primo luogo, ringraziare gli organizzatori per
questo invito, che mi ha dato l’occasione di approfondire un
tema che ritengo importante e di grande attualità. Devo, tutta-
via, avvertire, con un certo sgomento, che la questione che
affronterò in questa sede possiede una novità e una potenzia-
lità ancora non esplorata nella letteratura critica. Questo mi
pone in una posizione, direi, paradossale, che rovescia il nor-
male corso delle cose, che solitamente procede dallo studio
specialistico e approfondito al momento di divulgazione al di
fuori della disciplina. Questa volta proverò a fare l’inverso,
prendendomi per intero la responsabilità di fornire qui le
grandi linee di una interpretazione che ha bisogno, in un
secondo momento, di indagini più particolari, rivolte in parti-
colare alle figure di poeti e scrittori che andrò evocando in
questa lezione. Anche il titolo che mi sono attribuito è ambi-
zioso, ma soprattutto soffre, forse, di qualche ambiguità, per-
ché risente di un forte anacronismo. Com’è ben noto, non si
può parlare di banca nell’età di Dante. Tra XIII e XIV secolo
si mettono le basi per l’istituzione bancaria: diversi saranno i
protagonisti a contribuire a questa “invenzione” medievale, in
particolare i campsores, i cambiatori, che cominciarono a svi-
luppare servizi di deposito e giro che facessero da supporto
all’attività di cambiavalute, ma anche i mercanti, i quali,
impegnati in attività che avevano sempre di più una proiezio-
ne internazionale, cominciarono a sviluppare, accanto all’im-
pegno nel trasporto e nella vendita delle merci, forti investi-
menti nel commercio del denaro.
Si tratta di cambiamenti epocali, gravidi di un lungo futuro
che avrebbe cambiato la faccia dell’Occidente. Sullo sfondo,

bisogna considerare una crescita economica che, proprio tra
Due e Trecento, diventa davvero significativa, cambia la fac-
cia delle città, arricchisce i mercati e aumenta la circolazione,
la disponibilità e la varietà delle merci. Come gli storici del-
l’economia sanno molto bene, questa situazione convive, in
un rapporto necessario ed evidente, con l’aumento dell’attivi-
tà di credito, che a quella crescita economica ha partecipato e
contribuito, seppure in maniera problematica, com’è a tut-
t’oggi evidente. Questo non è, però, un quadro facile da sbro-
gliare, perché risulta pieno di contraddizioni al suo interno. Il
mondo dell’Occidente medievale intrattiene con il concetto di
credito un rapporto complesso e tormentato, sul quale i con-
flitti di interpretazione sono stati numerosi e la discussione tra
gli storici non si può dire conclusa. Lo potete facilmente veri-
ficare dall’aumento importante, sugli scaffali delle librerie, di
volumi dedicati all’esplorazione della formazione di categorie
concettuali che avrebbero poi forgiato, intrecciandosi con
avvenimenti epocali come la riforma protestante e la rivolu-
zione industriale, la dottrina e la prassi economiche moderne
e contemporanee. Curiosando tra le lezioni tenute in questo
specifico contesto milanese, trovo a più riprese degli inter-
venti di grande interesse in questo senso, e penso soprattutto
a quello di Sylvain Piron, specialista di uno dei testi cruciali
nel dibattito: il trattato dedicato ai contratti (tra cui anche il
contratto di mutuum, prestito) dal francescano provenzale Pie-
tro di Giovanni Olivi sul finire del Duecento.
Non rientra nelle mie competenze la possibilità di riprendere
sistematicamente questo dibattito importante, che ovviamen-
te sollecita e tocca temi enormi, mettendo in particolare a pro-
blema un paradigma fortemente operativo nel disegno della
modernità industriale: quello di una tecnicizzazione dell’ap-
proccio economico, che farebbe agio su una più generale
desacralizzazione del mondo moderno. Questo processo, il
filosofo Marcel Gauchet lo ha chiamato “disincantamento”,
proponendone una lunga affermazione su più secoli (Cinque-
Settecento). Mi pare comunque che si possa dire, perlomeno
dal punto di vista provvisorio di un operatore culturale come

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me, interessato soprattutto alle risultanze di queste indagini,
che l’accento su quel conflitto grandioso e produttivo, tra “eti-
ca mercantile” e “cultura clericale”, che ha informato la lette-
ratura critica più avvertita sul lungo medioevo – sto pensando
ovviamente ai magnifici affreschi di un maestro come Jacques
Le Goff – oggi forse andrebbe attenuato, o meglio, riletto sul
terreno di un continuo interscambio tra questi mondi, un tra-
vaso continuo che ha permesso agli intellettuali del Medioe-
vo uscente di definire una rappresentazione dell’economia e
della finanza in cui il confine tra prassi laica e forma mentis
teologica è tutt’altro che rigido.
Il dibattito sull’usura, a questo proposito, è sintomatico. È
stra-noto che il Medioevo cristiano ereditava dalla Bibbia un
divieto assoluto del prestito usuraio, che si era concretizzato
nel celebre versetto del Vangelo di Luca (6, 35) che incitava:
«mutuum date nihil sperantes»; la situazione era più sfumata
nell’Antico Testamento, dove una serie di passi vietata il
mutuo con interesse tra gli ebrei, consentendo allo stesso tem-
po la transazione creditizia se rivolta a uno straniero (Esodo,
22, 24; Deuteronomio, 23, 20-21). È a partire da questo
approccio veterotestamentario che Benjamin Nelson, in un
celebre volume del 1949, ha parlato di un superamento
medioevale e cristiano del concetto di “fratellanza” tribale
ebraica che avrebbe portato al razionalismo economico
moderno tramite un processo di individualizzazione del pro-
cesso mercantile. La concettualizzazione di Nelson ha oggi
perso non il suo valore o la sua validità, ma diremmo la sua
centralità.
La condanna dell’usura, cioè, ripeto, di qualsiasi prestito che
preveda interesse (di un mutuum che spera qualcosa, a pre-
scindere dall’entità del tasso) resta senza dubbio l’orizzonte
normativo dell’intero Medioevo. Rinforzata tra i Padri della
chiesa e in particolare da Ambrogio, essa si trasmette canoni-
sticamente ai concili dell’antichità (a partire da quello ecume-
nico di Nicea del 325), restando con forza nei concili del
periodo che più ci interessa: dal II Concilio lateranense del
1139 a quello di Vienne del 1311-12, l’usura viene progressi-

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vamente ricacciata nell’eresia (Corpus iuris canonici, 2° vol.,
coll. 812, 816, 1081-82, 1184). Tuttavia, lo studio delle con-
crete pratiche di credito, in particolare nel considerato perio-
do della rivoluzione commerciale medievale, e delle condan-
ne rivolte ai prestatori, hanno dimostrato, come si è già detto,
non solo un uso comunque diffuso del prestito a interesse (con
tassi effettivamente molto alti, che potevano arrivare fino al
30%). Il complesso della dottrina antiusuraia andava poi, con-
cretamente, a colpire figure ai margini della societas christia-
na e quindi esclusi dal vincolo di fiducia che la caratterizza-
va, come per esempio gli ebrei o, appunto, i cosiddetti “usu-
rai manifesti”, cioè coloro che avevano la publica fama di
prestatori, secondo quanto stabilito dal III Concilio Latera-
nense già nel 1179.
Ciò comporta, di conseguenza, che una pratica del mutuum
veniva conquistandosi un suo spazio “cognitivo”, come dimo-
stra la riflessione che la Scolastica medievale, cioè il com-
plesso di dottrine insegnate nelle Facoltà di teologia dell’epo-
ca, andava configurando, ma probabilmente non nella dire-
zione di una coerente dottrina economica, come ha preteso
una lunga tradizione da Schumpeter in poi. Ciò che mi pare
più produttivo sottolineare, in termini interpretativi e per i
testi di cui parlerò, dai risultati degli studi più recenti è inve-
ce l’idea che, nella formazione delle categorie economiche
medievali, si riscontra un continuo travaso e interscambio in
termini di metafore e, più genericamente, di linguaggio che
caratterizza in profondità la riflessione teologica ed ecclesio-
logica sull’economia. La concettualizzazione dell’usura ha
certamente un ruolo in essa, ma si colloca in un quadro più
ampio, nel quale trova posto una costellazione di idee, come
quelle del “rischio” e dell’ “industria”, che permettono di
comprendere come mai il divieto del prestito a interesse non
colpisse, per esempio, grandi mercanti-banchieri cristiani e
più generalmente gli operatori del credito in relazione con i
poteri politici del tempo (dai sovrani al comune). Non si trat-
ta di un divieto puntualmente aggirato per ragioni di opportu-
nità, ma molto più probabilmente di uno specifico spazio

12

cognitivo nel quale l’usurario manifesto si colloca al di fuori
di una circolazione virtuosa della ricchezza perché la immo-
bilizza. Al contrario, l’eroe della rivoluzione commerciale, il
mercante (quand’anche, e spesso, banchiere), con un’attività
caratterizzata dal rischio e dall’investimento, può, con l’indu-
stria, far sprigionare una delle potenzialità positive della
moneta, quella di diventare fruttuosa e di non restare immo-
bile e quindi sterile. È a questi mercanti, che partecipano atti-
vamente alla vita politica della città e al bene comune, ma
inquieti e preoccupati della salvezza della propria anima, che
si rivolge il francescano Pietro di Giovanni Olivi con il suo
Trattato sui contratti, nel quale, all’interno di una innovativa
concezione di “capitale” e “lucrum”, l’interesse è messo in
relazione con il danno che il prestatore subisce sottraendo la
cifra prestata a un investimento.
Si tratta di una lunga storia, che nel ‘400 si stabilizza: e l’ele-
mento è di certo impressionante, perché, nonostante la mani-
festa contraddizione ormai innestata tra economia laica e dot-
trina canonistica, gli umanisti come Poggio Bracciolini e i
francescani come Bernardino da Siena continuano a rappre-
sentare ancora un approccio alla moneta e all’economia che si
basa su un continuo scambio metaforico e linguistico, che
semmai si scontra e si intreccia con problemi nuovi (la fonda-
zione caritativa dei Monti di Pietà, per Bernardino da Feltre,
e la superiorità di una cultura classica per un Pico della
Mirandola). Come ha scritto Giacomo Todeschini, uno dei
più grandi esperti della questione, «nella “narrazione econo-
mica”, la stretta relazione tra industria e potenzialità della
pecunia di diventare fruttuosa è la conseguenza dell’apparte-
nenza a un gruppo professionale, l’élite dei veri mercatores,
la cui pubblica utilità fu col tempo accettata e progressiva-
mente assimilata alla utilità civica, che tradizionalmente era
specifica della performance economica dei poteri sacri cri-
stiani» (Todeschini, Usury in Christian Middle Ages, p. 130,
traduzione mia).

13

2. Irruzioni. Insegnare al cavaliere la morale del mercante.
È davvero curioso: gli studiosi di storia economica hanno per-
lustrato, con grande ricchezza di dettagli, la formazione di
questo lessico economico, nel periodo che chiamiamo “età di
Dante”, soprattutto in testi di provenienza e uso teologici, per
lo meno in senso lato, e nella prassi sociale. Hanno talvolta
dimenticato – esagero un po’ – che i veri mercatores, i mer-
canti, non si limitavano ad andare presso un frate, sottopo-
nendogli inquietanti interrogativi sul destino della propria
anima, o addirittura a convocarlo presso il proprio capezzale,
per confessare la cattiva provenienza delle proprie ricchezze
(che diventavano, quindi, «male ablata», ‘acquisite in manie-
ra scorretta’), come nella maestosa scena finale della prima
novella del Decameron che vede il mercante Ciappelletto,
ospite presso due usurai, dare una versione molto edulcorata
della sua esistenza al povero confessore in punto di morte.
I mercanti irrompono nel Duecento sulla scena culturale, con-
quistandosi uno spazio prima inimmaginabile. È in fondo un
loro lascito la cultura algebrica, che viene traghettata nell’Oc-
cidente medievale dal mondo arabo grazie alla figura avven-
turosa di Leonardo Fibonacci, viaggiatore e figlio di mercan-
ti pisani: una cultura che contribuì in maniera importante
all’affinamento delle competenze in materia di contabilità. Si
tratta del sintomo di una sempre maggiore acculturazione e di
una lenta, ma poderosa ed originale conquista della cultura
scritta, che non si limita alle scienze pratiche. Non bisogna,
però, pensare ad uno spazio totalmente “autonomo”: quel tra-
sferimento di linguaggi e metafore dalla prassi alla cultura
ecclesiastica è un fenomeno ampio, che caratterizza in pro-
fondità l’intera cultura del Medioevo uscente. Se passiamo
dalla cultura ecclesiastica a quella in volgare, quella cioè
scritta non in latino, questo interscambio, se si vuole, si com-
plica ancora di più. Nel quadro culturale, difatti, andrà
aggiunto, oltre alla cultura degli uomini di chiesa e dei fun-
zionari pubblici, come giudici e notai (rigorosamente in lati-
no e dotata di un suo stabile sistema di valori e di una precisa
gerarchia di linguaggio), anche quella poetica, che si era

14

ormai affermata nelle lingue volgari (soprattutto in francese e
provenzale), esprimendo le aspirazioni di un ceto sociale (i
cavalieri) molto diverso da quello mercantile.
Ma i testi e le culture vivono continuamente queste fasi di
cambiamento, in cui un quadro resta solidamente ancorato a
una tradizione, mentre i dettagli ne erodono la compattezza. Il
linguaggio è questa crepa nel muro che permette di vederci
attraverso. La tesi su cui si basa questa mia riflessione è che
la letteratura volgare, prodotta a Firenze nella generazione
appena precedente a quella di Dante, subisce questa profonda
crepatura e permette al lessico economico di irrompere nel
contesto di una scrittura molto formalizzata. Perché questo
avvenga a Firenze, è facile immaginarlo. Il capoluogo tosca-
no, proprio negli anni della giovinezza di Dante, si affermava
su scala regionale come potenza egemone, innanzitutto eco-
nomicamente, e in secondo luogo anche politicamente. Ciò
avvenne a scapito di una posizione geografica che non sem-
brava atta a permettere tale vertiginoso sviluppo, poiché priva
di uno sbocco sul mare. Secondo William Day, fu soprattutto
la produzione manifatturiera in campo lanario a permettere,
piuttosto precocemente, alla città di innescare un dinamismo
economico che portò alla ribalta non solo le attività artigiana-
li, ma anche quelle mercantili e bancarie. In questa afferma-
zione economica, un’importanza decisiva ce l’hanno anche le
vicende politiche della penisola italiana. Nella seconda metà
del Duecento, la città si lega sempre di più al papato e alla
casa regnante in Francia (gli Angioini): questo legame è
cementato da un rapporto economico fortissimo, sostenuto in
gran parte da mercanti-banchieri che a partire dagli anni ’60
investono grandemente nelle varie missioni militari di questo
fronte papale-francese. Firenze arriva all’appuntamento con
questa ascesa con il bagaglio di un cambiamento istituzionale
– che gli storici chiamano “rivoluzioni di popolo” – che ha
permesso a questo ceto mercantile di accedere ai posti di
governo, con l’indispensabile alleanza di una parte del fun-
zionariato pubblico, in particolare dei notai, specialisti della
documentazione. Si può affermare che è sullo sfondo di que-

15

sta alleanza che un lessico della circolazione economica e un
pensiero del credito inizia a modificare le caratteristiche le
caratteristiche della cultura “volgare”. A Dante, su cui mi sof-
fermerò alla fine, questa cultura arriva già profondamente
cambiata. Ma quello che più mi preme mostrare, con esempi
che mi sembrano significativi, è come gli scrittori toscani
contribuiscano a quello scambio di linguaggio tra prassi
“finanziaria” e lessico “ecclesiastico”, nella convinzione che
uno scavo più ampio e profondo possa mostrare come sia pro-
prio questa letteratura volgare ad essere attiva protagonista di
questo scambio, sia proprio essa la principale incubatrice di
una forma mentis nuova che i chierici, gli intellettuali delle
scuole, poi sottopongono a fissazione e trasformazione.
Facciamo irrompere questa storia come un fulmine. Nel 1263-
1264 sono firmati, in due città del Nord della Francia - tra Pic-
cardia e Ardenne e a Parigi - due documenti. Lo sottoscrivo-
no i componenti di due compagnie commerciali e bancarie, la
Scala-Amieri e la Ghiberti-Bellindoti-Guidalotti-Calcagni. I
mercanti giurano al Papa Urbano IV di sottomettersi alla sua
autorità e soprattutto ripudiano Manfredi, l’erede di Federico
II e capo, allora, dei Ghibellini – i sostenitori dell’autorità
imperiale – che avevano avuto un grande successo militare a
Montaperti nel 1260. In quell’occasione, Firenze era stata
sconfitta da un’alleanza militare guidata da Siena e il governo
della città, dominato dal Popolo, era stato rovesciato. I mag-
giori esponenti del regime popolare erano andati in esilio, ed
è questo esilio che spiega la presenza in Francia dei mercanti
di queste due compagnie. A redigere i documenti è Brunetto
Latini, un nome ben noto perché è tradizionalmente conside-
rato il “maestro di Dante” (anche se si deve essere trattato di
un discepolato non istituzionale, al di fuori di un insegna-
mento curriculare). Brunetti Latini è però qualcosa di più: è il
personaggio-chiave della Firenze della seconda metà del
Duecento. La sua figura si afferma nel decennio in cui il
Popolo dominò a Firenze (1250-1260), un periodo che la cit-
tà considerò come fondativo della propria potenza e della pro-
pria libertà. In questo periodo inizia ad affiancarsi alla sua

16

attività come notaio, dedito alla scritturazione di atti per con-
to del comune, un vasto progetto culturale, rivolto all’intera
cittadinanza, che permise a Giovanni Villani, grande cronista
poco più giovane di Dante, di parlare di lui come di colui che
rese i fiorentini accorti «in bene parlare, e in sapere guidare e
reggere la nostra repubblica secondo la Politica» (Nuova cro-
nica, IX, 10).
Il ritratto di Villani è riassuntivo ma corretto. Brunetto è l’in-
tellettuale che fornisce al Popolo, ovverosia a tutta quella
fascia di cittadini del comune che fino ad allora erano stati
esclusi dalla rappresentanza politica, gli strumenti culturali
necessari per gestire il potere e per affermarsi come classe
dirigente. Nel far ciò, Brunetto non solo partecipa ai necessa-
ri cambiamenti istituzionali che permettano questo allarga-
mento, ma cerca di modificare la cultura politica della antica
élite della città, costituita dai cavalieri, combattenti a cavallo
che basavano la loro supremazia sull’egemonia della violen-
za. Questo progetto si definisce nel periodo dell’esilio di Bru-
netto (1260-1267); anzi, a dire la verità, il settennato da ban-
dito serve a Brunetto per affermarsi come intellettuale e scrit-
tore di caratura internazionale, e preparare un ritorno in pom-
pa magna, da protagonista, a Firenze, una volta che la com-
pagine ghibellina fosse finalmente sconfitta e bandita a sua
volta: cosa che succederà puntualmente nella Pasqua del
1267. Due opere significative, dunque, escono dalla penna di
Brunetto in questo periodo: il Tresor, una imponente enciclo-
pedia in francese che conoscerà un successo straordinario, e la
Rettorica, che costituisce un volgarizzamento (cioè la parti-
colare e libera modalità di traduzione dal latino attuata nel
medioevo) commentato dei due testi base dell’insegnamento
della retorica dell’epoca, intesa a sua volta a insegnare sia a
scrivere lettere sia a parlare in pubblico nelle occasioni dibat-
timentali offerte dal comune. I due volumi sono entrambi
rivolti a un ricco mercante fiorentino, e le differenti scelte lin-
guistiche non devono sorprendere: se da una parte l’insegna-
mento della retorica, cioè dell’arte della parola scritta e orale,
impone necessariamente una congruità di codice (è difficile

17

immaginare un manuale che propone temi e tecniche di com-
posizione in toscano per scriventi toscani ma redatto in altra
lingua!), d’altra parte l’ambizioso progetto di una enciclope-
dia dei saperi rivolta ai laici esige parallelamente che si scri-
va nella lingua più prestigiosa della cultura volgare dell’epo-
ca: il francese.
Le tematiche economiche sono piuttosto importanti nei due
testi; in particolare, emerge nel Tresor una specifica riflessio-
ne sulla moneta (che per lui è «loi sans arme», II. 29, 2, leg-
ge senza anima che permettere di misurare le cose dissimili
rendendole uguali). Questo sforzo di definire il denaro
dovrebbe essere valorizzato sullo sfondo di un avvenimento
capitale, per Firenze e l’Occidente tutto: la coniazione del fio-
rino d’oro nel 1252. Questo atto fu un grande successo del
regime di Popolo del decennio degli anni 1250: con esso,
infatti, si ritornò alla circolazione monetaria aurea, che era
stata abbandonata da quattro secolo. Seppure negli stessi anni
altre monete d’oro venivano battute in diverse città (partico-
larmente importante, il genovino di Genova), fu il fiorino ad
affermarsi, costituendosi come lo strumento di scambio per
eccellenza in un mondo in cui i soldi d’argento non potevano
più reggere la circolazione di merci in epoca di espansione
commerciale. Nella Rettorica, invece, il discorso di Brunetto
si fa più normativo, e quindi tende a includere anche le que-
stioni inerenti le controversie giudiziarie. Parlando dei casi in
cui un imputato ammette la propria colpa e domanda perdo-
no, il notaio fiorentino affronta il caso specifico per il quale
l’accusato può essere assolto perché delle valide circostanze
lo hanno spinto a commettere il reato in oggetto; queste cir-
costanze vengono ricondotte a tre tipologie: «imprudenzia,
caso e necessitade». Nella esposizione del passaggio cicero-
niano, esposizione che la dettaglia e la esplica ed è redatta in
maniera originale da Brunetto, quest’ultimo apporta tre diver-
si esempi, che sono per noi molto interessanti. Tutti e tre,
infatti, si concentrano su casi che sono avvenuti a mercanti, in
ordine significativo: fiorentini, caorsini (cioè, di Cahors, nel-
la Francia meridionale: ma nel medioevo l’aggettivo era

18

diventato sinonimo di “usuraio”, e poteva anche indicare
degli italiani) e francesi, veneziani e genovesi. Anche la geo-
grafia di questi avvenimenti è significativi: tutti infatti sono
rappresentati in viaggio verso terre lontane (l’Oltremare, cioè
le terre crociate, o Bisanzio) e meno lontane (Parigi e la Fran-
cia). Se l’ultimo caso, che riguarda dei mercanti genovesi che
avevano noleggiato un’imbarcazione veneziana poi ormeg-
giata, per il maltempo, a Costantinopoli e qui requisita, è inte-
ressante perché mette in scena una delle modalità specifiche
di circolazione della merce dell’epoca e i rischi economici ad
essa connessi, che avrebbero dato adito allo sviluppo di assi-
curazioni molto importanti per lo sviluppo del credito, gli altri
due risultano, se si vuole, ancora più sorprendenti. Nel secon-
do si parla esplicitamente di un prestito che un francese ave-
va fatto a un caorsino; quest’ultimo non aveva potuto restitui-
re il denaro nel giusto termine a causa di una piena del fiume
Rodano che aveva ostacolato il suo ritorno. Questo «impedi-
mento» discolperebbe effettivamente il caorsino, secondo
Brunetto, che non sarebbe tenuto a pagare gli interessi sulla
somma prestata: «Un mercatante caursino avea inprontato da
uno francesco una quantità di pecunia a pagare in Parigi a cer-
to termine et a certa pena. Avenne che ‘l debitore, portando la
moneta, trovò il fiume di Rodano sì malamente cresciuto che
non poteo passare né essere al termine che era ordinato. Colui
che dovea avere domandava la pena, l’altro confessava bene
ch’avea fallito del termine, ma non per sua colpa, se non che
‘l caso era advenuto ch’avea impedimentito la sua venuta, e
però dicea che lla pena non dovea pagare; e di ciò è questio-
ne, se lla dovea pagare o no.» Bisogna sottolineare, in questo
brano, la constatazione di uno scambio di denaro sottoposto a
un tasso di interesse, che viene presentato, con termini tipici
delle transazioni dell’epoca, come “pena” per aver superato il
“termine” temporale pattuito.
Arriviamo, a ritroso, alla prima tipologia di eventi che per-
mettono l’assoluzione, e cioè l’imprudenza. Qui si racconta di
mercanti fiorentini che, arrivati oltremare sempre a causa del
maltempo, iniziarono ad adorare Maometto nelle terre musul-

19

mane per assolvere a un voto espresso durante il pericoloso
viaggio: «Mercatanti fiorentini passavano in nave per andare
oltramare. Sorvenne loro crudel fortuna di tempo che lli mise
in pericolosa paura, per la quale si botaro che s’elli scampas-
sero e pervenissero a porto che elli offerrebboro delle loro
cose a quello deo che là fosse, et e’ medesimi l’adorrebbero.
Alla fine arrivaro ad uno porto nel quale era adorato Malco-
metto ed era tenuto deo. Questi mercatanti l’adoraro come
idio e feciorli grande offerta. Or furono accusati ch’aveano
fatto contra la legge; la qual cosa bene confessavano, ma alle-
gavano imprudenzia, cioè che non sapeano, e perciò diceano
che fosse perdonato. Et di ciò era questione, se doveano esse-
re puniti o no.» (Le citazioni sono prese da Brunetto Latini,
La Rettorica, a c. di F. Maggini, Firenze 1968, pp. 109-110).
Quest’ultimo passaggio è decisivo, perché lo troviamo diffu-
so in testi dell’epoca, nei quali la figura del mercante subisce
una vera e propria eroicizzazione: questi operatori del com-
mercio, infatti, non sono più chiamati soltanto a trasportare
merci e rispondere ai consumi; il mercante è anche una figu-
ra che oltrepassa i limiti della società cristiana per ragioni di
servizio, chiamato a diventare un emissario della fede in terre
islamizzate. In un testo di una quarantina d’anni dopo quello
di Brunetto, il laico di Maiorca Raimondo Lullo, che si era
impegnato in un vasto programma culturale rivolto alla con-
versione degli infedeli (arabi ed ebrei) usa dei termini davve-
ro molto simili: «Poiché molti cristiani laici sono mercanti, e
per questa ragione vanno nelle terre dei Saraceni, e quando i
Saraceni li interrogano sulla loro legge e vogliono discutere
con loro non sono capaci di rispondere dal momento che essi
stessi non sono informati sulla legge cristiana, ma creduli
come sono finiscono per interrogarsi sulla legge di Maomet-
to, per tutto ciò noi scriviamo in questo libro affinché essi
possano sapere che la legge dei cristiani è migliore, più gran-
de e più vera di qualunque altra legge; e questo lo diciamo
anche perché siano in grado di discutere con gli ebrei» (Rai-
mondo Lullo, Quae lex sit magis bona, p. 172, traduzione in
G. Todeschini, I mercanti e il tempio. La società cristiana e il

20

circolo virtuoso della ricchezza fra medioevo ed Età moder-
na, Bologna, Il Mulino, 2002, p. 361).
Si tratta di un epocale processo di “eroicizzazione” della figu-
ra del commerciante a cui partecipano soprattutto i frati fran-
cescani (a cui Raimondo Lullo era molto vicino). Sullo sfondo
non c’è un superamento della condanna dell’usura; anzi, que-
sta eroicizzazione convive con la condanna perché serve a
distinguere gli operatori commerciali virtuosi perché “cristia-
ni” (appunto, i veri mercatores) dagli usurai. Bisogna infatti
ricordare che sia per Raimondo Lullo sia per Brunetto prima di
lui, la polemica contro l’usura resta forte e ben tradizionale.
Di ritorno dalla Francia, Brunetto, ormai intellettuale e mae-
stro riconosciuto, diventa un personaggio-chiave delle istitu-
zioni cittadine, con compiti sempre più importanti fino alla
morte (intervenuta nel 1294). È in questo contesto che egli si
dedica a un nuovo progetto letterario, questa volta in prosi-
metro (prosa e poesia: ma è conservata solo la parte in versi),
intitolato Tesoretto ed esplicitamente rivolto a un “valente
signore”. Difficile dire chi sia quest’ultimo: si è voluto pen-
sare anche a importanti sovrani dell’epoca; però l’opera sem-
bra troppo semplificata, nelle indicazioni pratiche e nello sti-
le, per adeguarsi a tale committente. Preferisco pensare che
questo viaggio allegorico, in cui Brunetto racconta di una
serie di incontri con le personificazioni di Natura e delle Vir-
tù, sia rivolto a un “cavaliere” della sua città. L’autore predi-
spone per questo specifico pubblico una sorta di manuale di
comportamento e di enciclopedia dei saperi, orientati secondo
una linea politico-culturale precisa: il rinnovamento degli
strumenti di governo della città deve essere accompagnata da
una nuova cultura e da una nuova etica, a cui è specificamen-
te chiamato ad attenersi il vecchio ceto dirigente, afflitto dai
difetti tipici di una aggressiva morale militare ed aristocrati-
ca. In questo progetto di insegnare ai cavalieri ad inserirsi nel
comune secondo le linee di una pedagogia cittadina impron-
tata al bene comune – sto semplificando molto, e me ne scu-
so – ha il suo posto la questione, diciamo così, economico-
politica. Anzi, possiamo al contrario dire che Brunetto inten-

21

da predisporre il suo insegnamento cercando di modificare i
comportamenti cavallereschi modellandoli sull’ethos del vero
mercante.
Vediamo velocemente come. A un certo punto del Tesoretto,
l’autore-Brunetto incontra il grande poeta latino Ovidio e poi
decide di confessarsi con un frate in un convento di Montpel-
lier; parte quindi una lettera in versi chiamata “Penetenza” e
incentrata su tematiche più nettamente religiose. In questo
contesto, il Latini inserisce la sua condanna senz’appello del
prestito a interesse: l’usuraio è colui che «non cura / di Dio e
di Natura»; egli è dunque fuori dalla società dei fedeli, e infat-
ti non ha nessun riguardo per la sacra distinzione tra giorni
lavorativi e giorni dedicati a Dio: «non guarda dìe né festa, /
né per pasqua non resta», cioè non smette la sua attività nel
giorno più importante del calendario cristiano. I denari, ci
dice Brunetto, sono molto «cari» all’usuraio, che non ha alcun
rimorso nel comportarsi così: l’importante è «che moneta cre-
sca». In questi versi, l’autore utilizza con grande consapevo-
lezza un immaginario che ritroviamo puntualmente nelle con-
danne canonistiche ma anche nel linguaggio dei mercanti, per
i quali, se il prezzo di denaro diventa più alto (caro), può inge-
nerare situazioni di carestia. Questa riflessione, saldamente
fondata sulle condanne ecclesiastiche, è inserita in un ragio-
namento cruciale, che presenta una casistica precisa di cattivi
comportamenti economici. Se leggiamo il testo “a corona”,
partendo dal centro, notiamo che il pessimo esempio dell’u-
suraio precede quello del “simoniaco”, e cioè colui che fa
commercio delle cose sacre, e segue invece quello del gioca-
tore d’azzardo, che bara nel gioco truccando anche la punta-
ta. Anche quest’ultimo caso è interessantissimo, perché assi-
mila il profitto derivato dal gioco al prestito, reso ancora più
turpe dalla puntata di una moneta falsa: si tratta di una mora-
le indubbiamente “empia”, per il Latini, quindi, di nuovo, non
cristiana. La casistica in oggetto sottostà alla tipologia più
generale di un riprovevole comportamento economico, quello
del ricco avaro, il quale, non spendendo i suoi averi, non li
restituisce: in questa immobilizzazione della ricchezza è assi-

22

milabile a un ladro. Il mercato ne esce fuori turbato nei suoi
scambi e nella misura corretta delle ricchezze:

Ma colui c’ha divizia (= ricchezze)
Sì cade in avarizia,
ché l’avere non spende
e già l’altrui non rende, (= restituisce ciò che è di altri)
anz’ha paura forte
ch’anzi (= prima) che vegna a morte
l’aver gli venga meno,
e pur ristringe freno.
Così rapisce e fura (= ruba)
E dà mala misura
E peso frodolente (= peso truccato in mondo di frodare)
E novero fallente, (= conto fraudolento)
e non teme peccato
d’avistar suo mercato (= di far vedere questo traffico)
né di commetter frode,
anzi si’l tene in lode; (= considera il proprio un comporta-
mento da lodare)
di nasconderlo sòle (= spesso lo nasconde)
e per bianche (= attraverso false) parole
inganna altrui sovente
e molto largamente
promette di donare
quando no’l crede fare;
E un altro per impiezza (= empietà)
a la zara s’avezza ( = prende il vizio di giocare a zara, un gio-
co di dadi)
e giuoca con inganno?
e per far l’altrui danno
sovente pigna (= spinge) ’l dado
e non vi guarda guado;?(= non se ne preoccupa)
e ben presta a unzino (= e così è come se prestasse, uncinan-
do il malcapitato)?
e mette mal fiorino;?(= impegna un cattivo fiorino)
e se perdesse un poco,

23

ben udiresti loco (= lì)
biastemiare (= bestemmiare) Dio e’ santi
e que’ che son davanti.?
E un altr’è, che non cura (= non si cura)
di Dio e di Natura
sì doventa usoriere?
e in molte maniere
ravolge (= investe) suo’ danari?
che li son molto cari;
non guarda dìe né festa, (= né giorno feriale né festivo)
né per pasqua non resta, (= riposa)
e non par che li ’ncresca, (= non sembra si vergogni)
pur che moneta cresca;
altro per semonia
si getta in mala via
e Dio e’ santi afende,(= offende)
e vende le profende (= prebende, incarichi ecclesiastici)
e’ santi sagramenti,
e mette ’nfra le genti
esempro di malfare:
ma questo lascio stare,
ché tocca a ta’ persone
che non è mia ragione
di dirne lungiamente.
(Brunetto Latini, Tesoretto, in Poesie, a c. di S. Carrai, Tori-
no, Einaudi, 2016, vv. 2753-2803, pp. 147-148.)

Eccoli, dunque, gli anti-eroi di quei mercanti-avventurieri, di
cui Brunetto ci ha detto nella Rettorica e con i quali, pochi
anni prima, non aveva mancato di lavorare ad Arras e Bar-sur-
Aube, sottoscrivendo il loro impegno politico filo-francese: i
personaggi negativi sono ricchi che tengono ferma la ricchez-
za, che la guadagnano in maniera turpe o addirittura esercita-
no “pubblicamente” il prestito a usura, collocandosi fuori dal
vincolo di fede e di fiducia che invece la società comunale
esige, su base cristiana, per il bene di tutti. Brunetto imposta
e chiarisce il problema, lo fa utilizzando i termini precisi di un

24

dibattito in cui, parallelamente, i frati francescani sono forte-
mente impegnati. Questa vicinanza, anzi proprio consonanza,
è dimostrata dalla struttura stessa di questa lettera che il Lati-
ni chiama “Penetenza”, e che assomiglia a una “confessione”,
che nel testo segue una vera confessione, professata dall’au-
tore nel convento di Montpellier. Vale la pena ricordare, allo-
ra, che il già nominato Pietro di Giovanni Olivi, frate france-
scano del sud della Francia, scriverà il suo trattato economico
sui contratti, una ventina di anni dopo, proprio in quelle terre
(ma precisamente a Narbonne), e in risposta alle domande che
i confessori si facevano per risolvere ardui problemi di asso-
luzione di laici impegnati nei commerci. Non si tratta di quel-
le che gli storici chiamano “fonti”. Ma si vede una circolazio-
ne di pratiche e di idee, che passano dal mondo della chiesa a
quello del mercante, e viceversa, e contribuiscono a modifi-
care, lentamente, la mentalità.
Quale lo spazio per gli eroi, dunque? Diciamo che si tratta di
uno spazio “pedagogico”. In altri termini, Brunetto, nel rivol-
gersi al “valente signore”, destinatario della sua poesia, sem-
bra non soltanto volerlo ammansire, renderlo cioè meno peri-
coloso e violento e istruirlo con la filosofia naturale e quella
morale. Vuole anche modificare il suo atteggiamento rispetto
alla ricchezza e al denaro. Per fare questo, Brunetto ha l’ac-
cortezza di utilizzare gli schemi cognitivi che questo “signo-
re” ha ben presente: cavaliere forse non colto, probabilmente
digiuno di latino, egli è sicuramente abituato alla cultura del-
le corti, ai romanzi d’amore della Tavola Rotonda e alla poe-
sia raffinatissima dei trovatori di Provenza, dove si esalta un
comportamento nobiliare eroico e un distacco rispetto alle
grandi ricchezze, che devono essere distribuite con generosi-
tà: il cavaliere deve essere, cioè, liberale e magnanimo. Bru-
netto chiama questa virtù Larghezza, e ne incontra la personi-
ficazione. Ma proprio qui tocchiamo, con un gesto di una
estrema delicatezza, come una trasformazione, sensibile ed
importante, di questa virtù: è come se essa, pur mantenendo
un nome familiare a un aristocratico, si modificasse per adat-
tarsi ai comportamenti dei nuovi ricchi. Ecco dunque, imme-

25

diatamente, che Larghezza imposta il suo discorso su un pia-
no pratico, quasi spicciolo: se il signore seguirà i suoi inse-
gnamenti, sarà sempre considerato con «grandezza e onore» e
non cadrà mai in «poverezza» (= povertà). Bene, dice la Vir-
tù, molti sostengono che a causa sua hanno ricevuto grosse
perdite economiche («Ver’è ch’assai persone / dicon c’a mia
cagione / hanno l’aver perduto, / e ch’è lor avenuto / perchè
son larghi stati »); si sbagliano («ma troppo sono errati»). Il
problema è intendersi sull’oggetto su cui si pone la nostra
attenzione, perché ci sia un giusto equilibrio fra quello che si
spende e ciò che tale oggetto significa in termini di onore. Va
evitata, in questo senso, una «dismisuranza», una sproporzio-
ne. Bene: qui siamo ancora nei termini classici del sistema di
valore “cortese”. Ma è subito dopo che vediamo in atto una
casistica più precisa, puntigliosa quasi, che supera la logica
del “dono feudale” per accedere, invece, a un’attitudine non
più soltanto larga ma anche saggia. Bisognerà attenersi a un
«freno», certamente; bisognerà risparmiare anche («quelli è
largo e saggio / che spende lo danaro / per salvare l’ogosta-
ro», cioè spende una moneta di valore scarso per mettere da
parte quella di maggior valore, la moneta detta in latino augu-
stalis). Ma è bene che si spenda, che si spenda addirittura
«allegramente», e se talvolta si è speso più del dovuto, in ter-
mini di soldi o merci («denari o derrate»), ciò è comunque
molto importante. E anzi, la spesa deve essere realizzata con
velocità, senza dare l’impressione di uno sforzo: dare veloce-
mente, ci dice Larghezza, è dare due volte, mentre donare in
maniera pigra fa perdere il valore del dono e della gratitudine
di chi riceve. Addirittura “risplende” colui che spende veloce-
mente e con slancio, anche se spende poco, rispetto a chi lo fa
con pigrizia e lentezza:

E, se cosa adivenga (= ti sia necessario)
Guarda che sia intento
Sì che non paie lento (= cerca di non sembrare lento),
ché dare tostamente (= subito)
è donar doppiamente

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e dare come sforzato
perde lo dono e ’l grato (=la gratitudine),
Ché molto più risplende
Lo poco, chi lo spende
Tosto e a larga mano,
che que’ che da lontano
dispende gran ricchezza
e tardi, con durezza.
(Brunetto, Tesoretto, ed. cit., vv. 1413-1425).

Ciò che sorprende, in questi versi, non è solo l’aspetto prati-
co dell’insegnamento, ma il suo linguaggio così preciso: la
ricchezza, suggerisce Brunetto, deve viaggiare velocemente, e
mettere in contro anche di essere (non troppo) sperperata; la
pigrizia è da evitare, e comunque non deve essere visibile;
meglio dunque spendere poco che molto, troppo lentamente:
solo con questo circuito virtuoso, la spesa diventa dono, e per-
mette la gratitudine. Bene, poco più in là, Brunetto torna sul
tema “caldo”, l’usura. Dopo aver elencato dei comportamenti
da evitare, ecco un’osservazione di Larghezza che sembra
apparentemente in contraddizione con quel solenne divieto
del prestito che abbiamo ricordato poco fa:

Ancora abbi paura
d’improntare ad usura; (= di accettare un prestito)
ma, se ti pur convene (=anche se ti è necessario)
aver per spender bene,
prego che ’l rende avaccio, (=velocemente)
ché nonn’e bel procaccio (=guadagno)
né piacevol convento (=accordo)
di diece render cento: (=restituire, per dieci prestati, cento)
già d’usura che dài,
nulla grazia non hai; (= non riceverai nessuna gratitudine)
ne’n ciò non ha larghezza,
ma tua grande pigrezza.
(Brunetto, Tesoretto, ed. cit., vv. 1511-1522).

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Bisognerebbe evitare, certo, di ricevere un prestito; e tuttavia,
lo si fa. Perché? Per spender bene. Di nuovo, la ricchezza
deve essere spesa con intento positivo, specificamente un
intento rivolto alla comunità e secondo le linee-guida spiega-
te più sopra. In più, il prestito va restituito subito, per evitare
il maturare di interessi esosi.
Brunetto Latini è, qui, un grande innovatore. Sta descrivendo,
con termini precisi e spirito pratico, una precisa idea di eco-
nomia, quasi una economia politica, si direbbe. Sullo sfondo,
si riconoscono le coordinate di una discussione complessa,
portata avanti nelle scuole e nelle università. Il comportamen-
to economico non deve essere pigro, come era stato il terzo
servo della parabola dei talenti (Matteo 25, 14-30): come dice
Gerhoh di Reichersberg, un fine interprete delle sacre scrittu-
re, il comportamento di questo servo è tenace e va condanna-
to «quia non erogat», cioè perché non contribuisce alla distri-
buzione delle ricchezze. Se si è pigri come il servo, dunque,
se si seppellisce il denaro, si perde «il grato», la gratitudine;
uguale destino per chi spende malvolentieri e chi presta a usu-
ra: la gratitudine di chi riceve si configura, dunque, come il
contrassegno di un’azione ben fatta, di una spesa moralmente
giusta, trasforma il dare in donare. Lo sostiene con chiarezza
Pietro di Giovanni Olivi, proprio commentando il versetto di
Luca («date mutuum nichil inde sperantes») che era la base
del divieto d’usura: questo passaggio, per il francescano,
significa che chi concede un prestito può sperare in una gra-
tia, cioè in un ringraziamento che avviene soltanto quando
questa transazione si realizza in una comunità che condivide
la fede e vincoli di amicizia (secondo l’interpretazione di G.
Todeschini, I mercanti e il tempio, op. cit., p. 347). Questo ci
induce a pensare che, quando parla di Larghezza, Brunetto
operi, dunque, un cambiamento forse più forte di quello che
abbiamo finora pensato. Non ha in mente, cioè, la liberalità
del cavaliere. Forse pensa, come un altro grande francescano
di poco più anziano di lui, Bonaventura di Bagnoregio, che la
Creazione è l’espressione della larghezza di Dio: «Radichia-
moci, dunque, e fondiamoci sulla carità, “perché diventiamo

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capaci di comprendere, insieme con tutti i santi”, quale sia la
lunghezza dell’eternità, quale la larghezza della benignità,
quale l’altezza della maestà e quale la profondità della sapien-
za di colui che giudica.» (Bonaventura da Bagnoregio, Itine-
rario della mente in Dio, IV). Dietro questi cambiamenti c’è
anche il nuovo rapporto che san Francesco ha instaurato tra
uomo e mondo.
In definitiva, Brunetto Latini forse inventa (oppure riporta in
poesia) una economia politica cristiana in poesia. La definisce
e la include nel suo grande progetto pedagogico cittadino. La
propone come misura di giudizio sul mondo del comune. La
integra nel suo tentativo di rendere “socievoli” gli aggressivi
“cavalieri”. Indica loro la possibilità di adeguarsi al bene del-
la collettività. E nel farlo, indica, un po’ nascostamente, ma
quasi delicatamente, il modello del buono e vero mercante:
che non deve essere avaro, deve sapere spendere bene, deve
trasformare la spesa in dono. È un’operazione straordinaria,
ma soprattutto è un’operazione di successo, perché la cultura
“popolare” fiorentina degli anni successivi se ne dimostrerà
per sempre impregnata. Faccio un esempio. Se leggiamo le
pagine di un altro politico e mercante di orientamento vicino
a Brunetto, Dino Compagni, nella sua celebre Cronica scritta
all’inizio del XIV secolo, troviamo l’elogio della famiglia dei
Cerchi perché «buoni mercatanti e gran ricchi», che «vestiva-
no bene, e teneano molti famigli (= servi) e cavalli, e aveano
bella apparenza». Quando i Cerchi cadranno in disgrazia, non
solo saranno giudicati vili, ma anche avari: il sistema dei
valori di un mercante è evidentemente egemonico, e costitui-
sce una scala di valori su cui si giudicano i concittadini. In un
altro testo, una poesia, egli esorterà il grande cavaliere fioren-
tino e amico di Dante, Guido Cavalcanti, ad abbandonare i
suoi comportamenti “cavallereschi”, e a diventare «mercan-
te»: in questo modo egli potrebbe donare con generosità i pro-
fitti guadagnati con il proprio “mestiere”. L’idea di Brunetto è
ormai acquisita, esibita, rivendicata: ai cavalieri bisogna inse-
gnare anche un certo modo di agire come operatori economi-
ci. I mercanti hanno vinto.

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3. Pretese: salvezza e riconoscimento del mercante.
Brunetto ha definito la questione: l’ha anticipata si direbbe;
agli storici il ruolo di capire quanto è stato innovativo, quan-
to ha inventato e quanto ha influenzato gli intellettuali suc-
cessivi. A me spetta, in questa seconda parte del mio discor-
so, mostrarvi che direzione poteva prendere questo epocale
cambio di mentalità presso i poeti dell’età di Dante. Non è uti-
le, in questa sede, fare uno studio puntiglioso e dettagliato. Mi
basta dire, enunciare quasi, che questa eredità poteva essere
“radicalizzata”, per dir così, o “rifiutata”. Il rifiuto rientra in
una normale reazione, una sorta di controspinta culturale e
sociale, rispetto a questi nuovi comportamenti che stavano
producendo consapevolezze e progetti. Diciamo che questa
reazione non si installa in ambienti religiosi che ciascuno di
noi immaginerebbe allergici a una morale che arriva a giusti-
ficare la ricchezza e il prestito: abbiamo visto come, al con-
trario, siano proprio i francescani i grandi portavoce di una
nuova consapevolezza dei mercanti. Per un paradosso, certo:
quello di “immaginare la povertà” che porta a definire la ric-
chezza e il suo funzionamento. Sono piuttosto intellettuali lai-
ci sempre più legati a un passatismo politico e culturale, che
iniziano a idealizzare il mondo delle corti in contrapposizione
a quello quasi “turbocapitalistico” della fine del Duecento,
che resistono a questi cambiamenti, propongono paradigmi
alternativi per le ragioni più diverse.
Sul lato della “radicalizzazione”, invece, bisognerà ripartire
sempre da quei documenti sottoscritti dal notaio Latini in
Francia nel 1264. Tanti dei firmatari del documento, difatti,
sono mercanti dediti all’attività poetica. Voglio cominciare
dalla presenza della famiglia Bellindoti, associati ai Ghiberti,
Guidalotti e Calcagni in una compagnia presente alla sotto-
scrizione. Appartenne a questa famiglia un Palamides, poeta,
il cui nome, derivato dai romanzi cavallereschi, già ci mostra
come queste famiglie di commercianti avessero un interesse
spiccato per la letteratura di tradizione cortese. Palamides
Bellindote è una figura importante: non solo Brunetto ne
ricorda una certa intimità nel finale di un’altra opera poetica,

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il Favolello, incentrata sul tema dell’amicizia e forse scritta
negli anni dell’esilio. Anche altri poeti fiorentini, in gran par-
te appartenenti al ceto mercantile, lo ricordano con piacere in
una serie importante di composizioni in versi, risalenti agli
anni ’70 del ’200, in cui si discute di politica internazionale.
In questo momento complesso, durante il quale si contendono
il trono imperiale diverse personalità, la classe dirigente dis-
cute animatamente del “cavallo” su cui puntare. Non è solo –
come mai lo è, in fondo – una questione politica: legarsi a un
signore piuttosto che a un altro significa anche investire con-
cretamente denaro nelle sue imprese militari. In queste poesie,
Palamides è invocato come autorità “profetica”, che, com-
mentando i testi di Merlino, può forse aiutare gli amici a sbro-
gliare la situazione e a individuare correttamente il possibile
vincitore. La “profezia”, che nel medioevo è una ricca tradi-
zione di tipo propagandistico e di natura perlopiù scolastica e
“chiericale”, viene utilizzata come strumento di conoscenza,
quasi una consulenza per capire su quale titolo di borsa pun-
tare. L’affermarsi dei mercanti fiorentini come grandi finan-
ziatori dei poteri dell’epoca (il papato e i sovrani) produce di
nuovo dei mix culturali molto interessanti e attuali.
Nel ciclo di poesie appena ricordate, è un altro banchiere a
chiedere il parere di Palamides. Si chiama Monte Andrea, è
leggermente più giovane di Brunetto Latini. La sua vita, su
cui sappiamo ancora poco, si svolge tra Firenze e Bologna.
Anche Monte è un mercante implicato in faccende politiche:
forse subisce un esilio per le sue idee, sicuramente si interes-
sa da vicino alle politica internazionale, ed esprime una forte
preferenza per il sovrano di famiglia francese Carlo d’Angiò,
una figura molto importante per gli sviluppi delle vicende ita-
liane dopo la morte di Federico II. Monte descrive sempre
Carlo come il possibile vincitore delle varie contese dell’epo-
ca; non è isolato: la Firenze di Brunetto Latini è una delle cit-
tà che con più convinzione sosterrà l’opera del sovrano. In
questo sostegno, che probabilmente ha anche un pratico
aspetto economico – nel senso che queste missioni militari
avevano un fortissimo bisogno di risorse finanziarie – Monte

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ci restituisce un ritratto di Carlo non secondo le linee tradi-
zionali del condottiero militare coraggioso e ardito: un ritrat-
to, insomma, che sarebbe piaciuto ai cavalieri. Il re angioino
è invece dipinto sempre come un politico ricco e pragmatico:
ciò che invece tranquillizzava gli investitori, tra cui le com-
pagnie bancarie toscane dell’epoca.
Come si può già intuire, dunque, l’intellettuale Brunetto for-
nisce a questi operatori commerciali, appassionati di poesia,
degli strumenti culturali che consentono loro di dare una nuo-
va forma alle idee che, fino ad allora, circolavano in ceti
sociali differenti. Rispetto al Tesoretto, essi sono capaci di
aggiungere elementi nuovi, derivanti da una pratica diretta del
rischio commerciale e dell’industria (parola latina importan-
te, che indica l’ingegno necessario in queste operazioni di
investimento). Compare spesso, nei suoi versi, il tema del-
l’impoverimento, che viene visualizzato con l’immagine, a
tutti nota, della ruota della Fortuna. L’immagine è tradiziona-
le, e deriva dalla mitologia pagana; la tradizione cristiana la
accoglie rendendola compatibile con il credo: la Fortuna
amministra il rivolgimento delle vicende e dei beni terreni,
solo apparentemente incomprensibili secondo sant’Agostino.
Questo processo viene visualizzato nella figura della ruota,
che nel suo girare, mostra appunto questo processo. Monte lo
dice chiaramente: non può smettere di parlare perché la «rota
di Fortuna» lo ha ormai condannato a stare costantemente nel
suo punto più basso (Ancor di dire non fino, perché, in Mon-
te Andrea da Firenze, Le rime, a c. di F.F. Minetti, Firenze
1979, vv. 1-4, p. 95). Presupposto che la posizione più alta è
quella migliore, dunque, per un banchiere come Monte, rap-
presenta la prosperità economica, il punto estremo della ruota
coincide con i problemi derivati da un impoverimento
improvviso.
Questa metafora torna a più riprese nelle poesie di Monte e
dei poeti a lui vicini. I lettori di poesia non ne saranno sor-
presi, perché essa è spesso utilizzata, nella tradizione cortese,
per indicare le alterne fortune nell’amore. Ma di nuovo, con
un gesto apparentemente innocuo, ma in verità di profonda

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rottura, la pratica sociale emerge e cambia le parole che uti-
lizziamo normalmente con significati diversi. In questo caso,
infatti, a usarla saranno delle persone che iniziano a conosce-
re delle esperienze traumatiche di default, dei fallimenti eco-
nomici che, di lì a qualche anno, si faranno sempre meno rare,
e anzi saranno decisive, nella storia economica, per permette-
re l’affermazione della lobby finanziaria dei banchieri “lom-
bardi” (cioè provenienti dall’Italia del Nord) rispetto a quella
toscana in piazze importantissime come quelle nord-europee.
C’è da pensare, dunque, che Monte abbia conosciuto – anche
se non ne abbiamo documentazione diretta – una situazione
simile, non si sa se in ambito finanziario o più genericamente
commerciale. Il processo è “aleatorio”, cioè, come la stessa
parola dice, è simile al gioco dei dadi (in latino «alea»); per
questo i giuristi bolognesi come Azzone (morto prima del
1232), assimilano i rovesci della fortuna al gioco d’azzardo:
chissà che Monte, che in quella città ha lungamente soggior-
nato, non abbia avuto sentore di queste discussioni. Su questo
tema avremo informazioni più dettagliate quando Michele
Piciocco, studioso del poeta, ci fornirà la sua nuova edizione
del testo. Nel caso specifico, però, delle immagini usate nella
poesia appena ricordata, va di nuovo sottolineata una para-
dossale vicinanza con il pensiero dei francescani. Proprio
negli stessi anni (più o meno) un altro frate, Riccardo da
Mediavilla, riflette sui processi economici, sottolineando che
un corretto comportamento economico deve essere caratteriz-
zato dall’uso di ragione: è sbagliato affidarsi alla fortuna
(«totum fortunae committere»). Ebbene: in Ancor di dire non
fino, perché, Monte mantiene, come ha detto un recente inter-
prete, un «tono oggettivo» (Marco Berisso, Le canzoni socio-
economiche di Monte Andrea, in La poesia in Italia prima di
Dante, a cura di F. Suitner, Ravenna, Longo, 2017, p. 62) pro-
prio perché il suo scopo mi sembra quello di stabilire un rap-
porto tra il possesso delle ricchezze e l’intelligente uso del-
l’industria. In questo elogio dell’uomo che, con il lavoro
(«labore»), può arrivare al sapere, anche «sanza maestro». Ma
anche quest’ultimo, come intellettuali e artisti dal curriculum

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più regolare, se poveri, sono condannati a non poter far vale-
re la propria sapienza (Ancor di dire non fino, perché, in Mon-
te Andrea da Firenze, Le rime, ed. cit, Firenze 1979, vv. 99-
104, p. 98). La Fortuna, dunque, stabilisce un rapporto “alea-
torio” con la distribuzione della ricchezza; ma è necessario
non affidarsi totalmente a essa, come dicono Riccardo e Mon-
te, sebbene non basti per liberarsi totalmente dai suoi effetti.
Il linguaggio e le metafore proseguono e allargano, per quali-
tà e quantità, quelle già utilizzate da Brunetto. Ciò che cam-
bia, come si vede, sono i “temi”: l’esperienza del crack e del
fallimento, che forse un notaio poteva registrare ma non vive-
re, appartiene invece da vicino a Monte e ai suoi amici (come
Carnino Ghiberti e Chiaro Davanzati), permettendogli di
affrontare nuovi problemi. Ma forse, è proprio l’obiettivo di
fondo dello scrivere del poeta-banchiere che diventa sensibil-
mente diverso. È come se la crepa nel muro del linguaggio (e
forse della morale) della Chiesa diventasse l’occasione per
osare ciò che, poche generazioni prima, sembrava impossibi-
le: il riconoscimento “sociale” della ricchezza del mercante
come segno della sua appartenenza alla società dei fedeli,
l’assegnazione definitiva di una utilità pubblica di quella ric-
chezza (il «Tesauro», lo chiama Monte). Per fare ciò, il mer-
cante-banchiere deve conquistare una «buona nominanza»,
una buona nomea, sfuggire al marchio di infamia che può
abbattersi su di lui, vista la sua pratica così ravvicinata coi
maledetti della circolazione economica (gli usurai).
Insomma, il gioco è serio. Preso in questi termini, si capisce
dunque un po’ di più l’impegno che il poeta mostra nello scri-
vere una sorta di micro-canzoniere (piccola raccolta di poesie)
a tema, incentrato sull’economia. Sempre Marco Berisso ha
chiamato queste poesie «le canzoni socio-economiche». In
effetti, anche chi trascriveva queste poesie sembra essersi
accorto della loro compattezza, perché le ha copiate una di
seguito all’altra su un manoscritto oggi conservato presso la
Biblioteca Apostolica Vaticana con la segnatura Vaticano
Latino 3793: cinque “canzoni” per un totale di quasi 150 ver-
si, che propongono un discorso che a molti è sembrato sor-

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prendente e “radicale”, ma che forse, dato tutto il discorso svi-
luppato fino a qui, è più ragionevole pensare che sia uno dei
possibili sviluppi della nuova pedagogia offerta da Brunetto.
Faccio davvero pochi esempi da queste poesie, perché il loro
linguaggio è a tratti sorprendentemente oscuro e ricercato,
soprattutto se messo a confronto con il magistrale e didattico
Brunetto. Proviamo a riassumere la vicenda e il contenuto.
Monte afferma di trovarsi in una situazione disperata, che lo
obbliga a scrivere, perché tutti ormai conoscono la sua condi-
zione. Di cosa si tratta? La ruota della fortuna – rieccola! – si
è girata, ed egli si trova incastrato nella parte inferiore; più
nello specifico, è privo «d’ogne tesoro, / ignudo tuto son d’ar-
gento e d’oro, / [e] ancor d’amici, ch’è maggiore scoppio»
(vv. 56-59): si è impoverito improvvisamente – un fallimen-
to? Un crack finanziario? – e, di conseguenza, gli amici lo
hanno abbandonato (Monte Andrea, Più soferir no·m posso
ch’io non dica, ed. cit., vv. 56-59, p. 70). La povertà è, per
Monte, una iattura che comporta una immediato esilio dal
vivere civile, è «mortal colpo» (Tanto m’abonda matera, di
soperchio, ed. cit., v. 74, p. ) da cui è impossibile riprendersi.
Non serve essere virtuosi, comportarsi bene: il povero è reiet-
to nella societa, è odiato più del demonio: solo la ricchezza
garantisce una corretta integrazione nel consorzio civile.
Letta così, quella di Monte Andrea sembrerebbe una fastidio-
sa dimostrazione di cinismo: e così viene solitamente descrit-
ta, con poche eccezioni. Eppure, se valorizziamo quel metodo
che abbiamo utilizzato fino ad ora, sentiremo risuonare nelle
parole del poeta i ragionamenti e le parole dei teologi (ma for-
se, di più, di laici come Brunetto) che, contemporaneamente,
definiscono una sorta di economia politica. Procediamo per
gradi. Chi sono i poveri? Non i “poveri volontari”, attenzione,
ma quelli che si sono, appunto, impoveriti per un improvviso
rovescio di fortuna. La constatazione è importante, perché i
“poveri volontari”, all’epoca, esistevano ed erano tanti. Tal-
volta erano laici che rinunciavano alla loro condizione di spo-
sati o al loro lavoro per dedicarsi alla penitenza e alla pre-
ghiera; sempre più spesso diventavano frati “mendicanti”,

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appunto, cioè persone che abbandonano i loro averi, abbrac-
ciano una vita comunitaria e si procurano da vivere con l’ele-
mosina (almeno: così nelle intenzioni dei fondatori; la realtà
sarà molto diversa): sono quei frati, in particolare i francesca-
ni, che abbiamo visto, invece, dedicarsi con attenzione alle
problematiche del commercio e della ricchezza. È difficile
pensare, dunque, a una polemica nei confronti di questa cul-
tura religiosa, che idealizzava la scelta di povertà come quel-
la più adatta per raggiungere la perfezione spirituale. A questo
punto, occorre chiedersi chi siano i ricchi per Monte. E qui
vale la pena fare una citazione:

Ben può ciascuno vedere in aperto
che ’l mondo tuto è condotto a tale:
che quanto avere à, l’uomo, tanto vale,
se fosse di bontà di tuto mendico;
e, sanza fallo, dir posso per certo:
fa tesoro rubar chiese e spedali!
D’usura, furto, falsità corali,
di tradimento, di tuto ’. mal dico.
Quello cotale è tenuto idonio,
se ’l suo tesoro, troppo no.n gli duole;
parenti, amici, grandezza à quanto vuole.
(Monte Andrea, Più soferir no·m posso ch’io non dica, ed.
cit., vv. 69-84, p. 70)

Parafraso un po’ liberamente: «ognuno può vedere chiara-
mente che la condizione del mondo è la seguente; il valore
dell’uomo è proporzionale al suo “avere”, a prescindere dalla
sua bontà; e non mi sbaglio se dico che anche il furto alle
chiese e agli ospedali contribuisce ad arricchire. Sia chiaro:
dico tutto il male possibile dell’usura, del furto, dell’uso del-
la frode. Il ricco “idoneo”, cioè accettabile, è colui il quale ha
accumulato un capitale della cui origine non si può sospetta-
re; egli ha parenti e amici e considerazione pari a quella desi-
derata». Lo si vede benissimo, spero: l’usura è condannata, e
assimilata al furto, proprio come nella Penetenza di Brunetto;

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la ricchezza “giusta” gli viene distinta, ma non in una manie-
ra così netta.
Per essere una economia politica, c’è bisogno però di una pre-
cisa indicazione rivolta agli operatori economici riguardo al
loro comportamento. Monte non si risparmia, e anche qui è
preciso nel linguaggio e nelle tematiche. Da una parte, è
necessario un processo di accumulazione («c’ongn’uom pro-
cacci avere») e un suo mantimento («e, quanto può, mante-
nerlo a podere»), per evitare di cadere in disgrazia. Il buon
mercante ricco è dotato sia di «cortesia» sia di «larghezza»: di
nuovo, con un lessico che ormai conosciamo bene, questa
nuova mentalità si appropria della cultura precedente, la assi-
mila e la cambia. In questa situazione virtuosa, nella poesia
Tanto m’abonda matera, di soperchio, l’uomo ricco non solo
è circondato da amici e parenti: egli « à di sé libertà, nomi-
nanza bona di lui fa frutto», cioè possiede la libertà e una
buona nomea. Eccolo, il progetto di Monte: dare al mercante
un’identità, allontanarlo dalla condanna della ricchezza che è
in agguato data la sua vicinanza con pratiche economiche
considerate immorali e turpi.
Perché l’operazione sia efficace, tuttavia, il vero mercator, il
mercante cristiano, non deve avere «avarizia». Monte lo riba-
disce con forza:

Sono, non già pochi, ma, dico, molti
ch’ànno boce di proseder richezza,
e sono avari pien’ di cupidezza; mìsiri, pigri ë nel tuto scharsi!
Quelli cotali da li ben’ son tolti!
(Lor cose parno lor nel tuto streme!).
Nom pote frutto bono aver lor seme, né l’animo di tali fior
pagarsi!
E sono e’ richi? No
Ché nonn-è loro
(ma ssottopost’ i son), ch’amassaro, oro!
È sónne serbatóri e guardïani!
(Monte Andrea, Tanto m’abonda matera, di soperchio, ed.
cit., vv. 45-54, p. 89)

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Nella lettura avrete già riconosciuto un lessico già discusso
per i poeti precedenti: pigrizia, scarsità / carestia. Ne aveva
già parlato Brunetto; Monte ribadisce e chiarisce e dettaglia.
Ce ne sono di personaggi, dice, di cui si dice – di nuovo, la
nomea, il riconoscimento pubblico – di possedere ricchezze,
ma invece sono avari pieni di cupidigia, miseri pigri e scarsi
(ma bisognerà tornare su questo). Sono lontani dai beni, le
loro cose sono lontane, il loro seme non fa fruttificare bene,
né l’animo appagarsi con tali fiori (privi di profumo). Sono
per caso “ricchi”? Perché essi non hanno guadagnato ma sono
soggetti all’oro, e ne sono semplici conservatori e guardiani.
Ed ecco, quindi, gli anti-eroi: i ricchi “avari”, che non per-
mettono al capitale di fruttificare, e che possiedono immobili-
ter, in maniera immobile e improduttiva: è questa la vera col-
pa dell’usuraio, quella di arrestare il circuito economico, di
impedirne la distribuzione.
Monte è un esempio mirabolante, a suo modo. Non sappiamo
(quasi) nulla della sua biografia, e quindi è difficile pronun-
ciarsi sulla sua cultura. Ripete delle tematiche che circolavano
anche per via orale nel vivacissimo mondo comunale dell’e-
poca? Non è impossibile, se ha vissuto tra la Firenze di Bru-
netto Latini e la Bologna dell’università di diritto. Se parago-
niamo, però, il suo linguaggio a quello dei poeti a lui vicini, ciò
che davvero impressiona è una competenza e una precisione
che difficilmente possiamo trovare nei suoi sodali (per esem-
pio, in Chiaro Davanzati). Non solo: Monte – di nuovo in
parallelo con Brunetto – usa il lessico economico per modifi-
care la cultura tradizionale e la poesia d’amore: l’amore insod-
disfatto, per esempio, che era la condizione normale dell’a-
mante cortese, viene trattato alla stregua di un cattivo investi-
mento in Aimé lasso perché in figura d’omo. E gli esempî si
potrebbero moltiplicare. Monte ha osato; Monte ha vinto.

4. L’impossibile eredità. Quasi un epilogo.
Monte Andrea era un isolato? No. La sua idea è rimasta iner-
te? Anche a questa domanda dobbiamo rispondere negativa-
mente. Il manoscritto che abbiamo ricordato sopra, il Vatica-

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no Latino 3793, non è solo il più importante custode della
poesia di Monte. Il copista che lo ha trascritto – si discute
molto dell’eventuale momento in cui ciò è stato fatto: fine
Duecento? Inizio Trecento? – era, probabilmente, un suo ami-
co molto intimo. Fiorentino, egli trascrive amorevolmente le
poesie del collega limitandosi a ricordarne le iniziali: «Mo».
Non fa così per gli altri. È il segno di una vicinanza, ma
anche, sembrerebbe, di una solidarietà sociale e culturale.
Sociale, perché il “copista” (colui che trascrive, a mano, qua-
si tutti questi testi) ha una scrittura tipica dei mercanti, e anche
il manoscritto, nel suo aspetto, ricorda quelli dei registri con-
tabili usati dai commercianti, e sempre più utilizzati negli
anni successivi. Le poesie, dunque, sembrano “conti”. E
anche quell’affettuoso e intimo «Mo» per “Monte” sembra
ricordare, secondo un acutissimo interprete (Justin Steinberg),
il sostantivo “monta”, cioè “somma”, che gli estensori dei
registri apponevano per indicare i calcoli del dare e avere. Se
pensiamo che questo manoscritto è il più grande collettore
della nostra poesia più antica – se non ci fosse, conoscerem-
mo solo un terzo della generazione prima di Dante! – ebbene,
tutte queste caratteristiche non sono di poco conto.
Mi avvio, dunque, alla conclusione, sapendo forse di deluder-
vi dedicandomi troppo poco a Dante. Diciamo che la respon-
sabilità è di Dante stesso, della sua sempre sorprendente “alte-
rità” rispetto ai processi culturali che abbiamo descritto fino-
ra. L’intera opera di Dante Alighieri si può e si deve interpre-
tare con il contesto storico; ma questo contesto risulta spes-
sissimo, per Dante, uno sfondo su cui innalzare un comporta-
mento risentito e singolare. Nel caso specifico che ci riguarda
– quello un lessico economico e una mentalità aperta a una
morale “mercantile” – questo breve profilo dantesco sembra
rispondere al vero. Bisogna però avvertire che, nella nostra
cavalcata realizzata per sprazzi e ritratti, molte cose sono sta-
te trascurate. Bisogna anche ricordare che proprio quei frati
che si fanno portavoce della povertà volontaria e della nuova
morale della ricchezza “virtuosa” non erano sempre stati
accolti con benevolenza dai loro contemporanei. Non è raro,

39

dunque, che una certa presa di posizione sulle questioni della
povertà, della sua supposta superiorità rispetto alla ricchezza,
prenda la strada di una polemica nei confronti dei frati. Dicia-
mo che questo è uno degli aspetti della comunicazione lette-
raria dell’epoca che bisogna tenere presente.
L’atteggiamento di Dante rispetto alle tematiche economiche
e al lessico socio-morale si può descrivere secondo una gra-
dualità discendente, dal generale al particolare. Consideria-
mo, dunque, innanzitutto un punto di storia più largamente
culturale. Nella nostra storia, abbiamo trascurato quelle che,
più sopra, abbiamo definito reazioni e controspinte. Esse esi-
stono, nella cultura laica, sono molto forti e si realizzano
come un fiume parallelo rispetto a quello che abbiamo prova-
to a descrivere. Dante sembra, in generale, seguire questo fiu-
me, nel quale il tradizionale divieto di «dare mutuum», con-
cedere in prestito, produce un’attitudine moralistica, che arri-
va a condannare l’intera attività economica quasi per intero.
Si tratta di una linea che si inizia a definire proprio parallela-
mente a Brunetto Latini, quando un altro poeta, Guittone d’A-
rezzo, diventato frate, si rivolge a Monte Andrea, invitandolo
a contentarsi della sua situazione di povertà, che può essere
possibilità di penitenza e di gioia spirituale.
D’altra parte, andrà messa in conto anche la normale concor-
renza, che ovviamente affligge anche gli scrittori. Secondo
uno studioso che abbiamo già citato, Justin Steinberg, Dante
conosce in profondità le poesie del suo concittadino Monte,
ma non lo cita mai. La distanza tra i due poeti è infatti molto
grande, soprattutto sulla tematica della morale materialistica
del banchiere. Nell’Inferno, Dante costruisce una polemica
progressiva, e sempre più ampia. Innanzitutto, egli ristabilisce
la complessità dell’immagine della ruota della fortuna nel
contesto del canto in cui compaiono gli “avari”, che è un tema
che sarebbe adatto alla riflessione economica. Contro l’idea di
Monte Andrea, per il quale la fortuna è la forza “aleatoria”
capace di distruggere le ricchezze accumulate, per Dante essa
diventa l’emanazione della giustizia divina, che invece distri-
buisce gli averi e cambia gli avvenimenti secondo la sua

40

insondabile volontà. Questa linea di polemica, nascosta e
rivolta solo ai lettori che conoscono questa poesia, arriva fino
alla fine della cantica infernale, e si realizza in particolare nel
canto di Mastro Adamo, una figura realmente esistita che, in
vita, si era dedicato alla falsificazione della moneta. Di nuo-
vo, un soggetto che ben si prestava al discorso di tipo econo-
mico e morale. Dante preferisce mostrare la differenza tra il
suo modo di far poesia, che, pur parlando di esperienze per-
sonali, ha valore collettivo, mentre il punto di vista egoistico
di Monte Andrea tendeva a concentrarsi sulle proprie sventu-
re personali. In linea generale, quello che si può notare, in
questa “polemica” tra letterati, è il profondo dislivello di cul-
tura. A fronte di un poeta-banchiere che, per quanto consape-
vole e vicino alla cultura più avvertita, possiede comunque un
sapere pratico e a tratti asfittico, quella dell’Alighieri è una
cultura enorme, ricca, internazionale, anche se in parte un po’
astratta. Si tratta di un cambiamento generazionale: in pochi
anni, il paesaggio culturale è cambiato moltissimo, nuovi
volumi e nuove correnti hanno arricchito una città di Firenze
che si è ormai affermata sul piano regionale come una poten-
za egemone. Questo shock culturale, tipico del tempo, è un
po’ lo sfondo che aiuta a spiegare la diversità di Dante.
Questo non significa che egli non possieda delle specifiche
competenze in ambito economico, anzi. La polemica con
Monte Andrea dimostra proprio la capacità che Dante possie-
de di riconoscere anche le potenzialità di innovazione e di rot-
tura possedute dal discorso di quello. In un’opera giovanile,
intitolata Il Fiore, egli mostra di conoscere in profondità non
solo il linguaggio dell’usura e dell’attività economica, ma
anche il ruolo che l’attività di prestito iniziava ad avere nel
contesto cittadino, soprattutto nel legame che essa aveva con
le problematiche della tassazione. Un ragionamento preciso e
tecnico sulla circolazione delle merci, sui prezzi e sull’usura
è affidato al discorso di un personaggio (la Vecchia) che inse-
gna alla giovane protagonista come gestire la propria sessua-
lità in maniera accorta, facendo alzare il valore delle proprie
“prestazioni” e rinnovando continuamente la merce. C’è un

41

legame, tra idea della prostituzione e ragionamento economi-
co, già presente in testi francesi dell’epoca, che arriverà fino
a Karl Marx.
Tanto più significativa è, di conseguenza, l’insistenza che,
nella Commedia, Dante riserva alla condanna dell’usura, in
due precise definizioni che si completano tra di loro: in Infer-
no XI, è la guida Virgilio a spiegare, grazie a citazioni da Ari-
stotele e dalla Bibbia, che l’usurario disprezza la bontà divina
perché mette la sua speranza in cose diverse dalla natura; in
Paradiso XXII, parlando dei monaci benedettini che si appro-
priano dei beni appartenenti a Dio, naturalmente destinati ai
poveri, sottolinea il carattere irrazionale dell’usura. Un gran-
de studioso, Ovidio Capitani, aveva indicato la sorgente di
questo ragionamento in un frate, anch’egli di Firenze: il
domenicano Remigio de’ Girolami. Con Remigio, Dante con-
divide una condanna dell’usura che, se pure è tradizionale
come abbiamo visto, si allarga fino a trasformarla in uno dei
mali che hanno portato la città alla rovina, a causa dell’avari-
zia che essa ha ingenerato. Seppure lo sfondo, il lessico, sia
comune a quello di Brunetto, il ragionamento di Dante si
spinge all’estremo e impedisce ogni spiraglio alla nuova eti-
ca economica mercantile.
Sarebbe forse importante ricordare che il padre di Dante, mor-
to quando quest’ultimo era in giovanissima età, era un presta-
tore “a consumo”, forse condannato e sepolto in terra sconsa-
crata a causa della sua attività di “usuraio manifesto”. Può
aver contato anche questo, per il poeta cristiano che voleva –
in maniera allo stesso tempo simile e diversa da Monte –supe-
rare l’onta di un comportamento infamante, che lo metteva
oggettivamente fuori dal circuito dei fedeli. Ma ancora più
forte mi sembra l’intenzione di travolgere l’intera città di
Firenze, che lo aveva cacciato. Questo progetto è evidente dal
canto XVII dell’Inferno, in cui Dante incontra gli usurai. Que-
sti ultimi, condannati a subire in eterno una pioggia di fuoco,
sono tutti fiorentini (tranne uno Scrovegni, padovano). Rico-
noscibili solo da una borsa – immagine spesso utilizzata nei
comuni medievali con intento di diffamazione – essi rappre-

42

sentano l’élite fiorentina, irriconoscibile e ormai incapace di
ascoltare. Il comportamento del ceto dirigente è intrinseca-
mente “avaro” e irriformabile. In questo stigma così irriduci-
bile riservato all’usura c’è l’impossibilità del progetto didatti-
co di Brunetto, il rifiuto dell’operazione culturale di Monte.
Dante Alighieri ha avuto modo di vedere quali comportamen-
ti avesse tenuto quel ceto dirigente che, pochi anni prima, si
era dimostrato aggressivo, dinamico e colto. Non gli era pia-
ciuto per nulla.

5. Suggerimenti di lettura.
Fornisco dei titoli che servono ad approfondire la tematica
trattata; lo spazio ridotto, e l’intento di questa lezione, non ci
permettono alcuna completezza. Per l’economia e la evolu-
zione del dibattito sull’usura, vedi J. Noonan, The Scholastic
Analysis of Usury, Princeton 1957; B. Nelson, Usura e Cri-
stianesimo, Firenze 1967; G. Todeschini, I mercanti e il tem-
pio. La società cristiana e il circolo virtuoso della ricchezza
fra medioevo ed Età moderna, Bologna 2002; Giovanni Cec-
carelli, Il gioco e il peccato: Economia e rischio nel tardo
medioevo, Bologna 2003; Pierre de Jean Olivi, Traité des con-
trats, présentation, édition critique, traduction et commentai-
res de Sylvain Piron, Paris 2012: G. Todeschini, Usury in
Christian Middle Ages. A Reconstruction of the Historio-
graphical Tradition (1949-2010), in Religion and Religious
Institutions in the European Economy, 1000-1800, Firenze
2012, pp. 119-130. Per la storia di Firenze, S. Diacciati, Popo-
lani e magnati. Società e politica nella Firenze del Duecento,
Spoleto 2011; R. Davidsohn, Storia di Firenze, Firenze 1956-
1968. Sulla storia economica della città e gli studi di William
Day, vedi E. Faini, Prima del Fiorino. Le origini del decollo
economico di Firenze tra 1150 e 1252, in Firenze prima di
Arnolfo. Retroterra di grandezza, a c. di T. Verdon, Firenze
2016. I documenti del 1264 sono editi da R. Cella, Gli atti
rogati da Brunetto Latini in Francia (tra politica e merca-
tura con qualche implicazione letteraria), in «Nuova Rivista
di Letteratura Italiana» 6 (2003), pp. 367-408; sull’ambiente

43

letterario vicino al Latini, Irene Maffia Scariati, Dal ‘Tresor’
al ‘Tesoretto’. Saggi su Brunetto Latini e i suoi fiancheggia-
tori, Roma 2010; una biografia e una visione d’insieme in G.
Inglese, Brunetto Latini, in Dizionario Biografico degli ita-
liani on-line. Su Monte Andrea, vedi la voce di Marco Beris-
so, anch’essa sul Dizionario Biografico degli Italiani on-line,
e Michele Piciocco, Due canzoni di Monte Andrea, in «Studi
di filologia italiana» vol. 71 (2013) p. 79-122. Sulle canzoni
socio-economiche, vedi dello stesso Berisso, Secondo il cor-
so del mondo mess’ò ‘n rima!”. Le canzoni socio-economiche
di Monte Andrea, in La poesia in Italia prima di Dante, a c.
di F. Suitner, Ravenna 2017, pp. 49-64. Su Monte e Dante,
Justin Steinberg, Accounting for Dante. Urban Readers and
Writers in Late Medieval Italy, Notre Dame (Indiana) 2007.
Su Dante e Remigio, vedi il classico O. Capitani, Cupidigia,
avarizia, bonum comune in Dante Alighieri e Remigio de’
Girolami, in Scientia veritatis, Munchen 2004, pp. 351-364.
L’uso di tematiche economiche all’interno della letteratura
non è proprio alla sola cultura toscana del Duecento. Gli
esempi, soprattutto nella letteratura latina medievale, france-
se e in autori minori (Anonimo Genovese e Bonvesin de la
Riva, milanese) sono ampiamente commentati e interpretati in
un volume importante: N. Pasero, Metamorfosi di Dan
Denier: e altri saggi di sociologia del testo medievale, Parma
1990. Altri studiosi hanno incentrato la loro analisi sul rap-
porto tra metafore economiche e stile oscuro, che lega trova-
tori provenzali come Arnaut Daniel: si vedano P. Canettieri,
Lo Captals, in Interpretazioni dei trovatori. Atti del Conve-
gno (Bologna 18-19 ottobre 1999) con altri contributi di Filo-
logia romanza, a c. di A. Fassò - L. Formisano - M. Mancini,
in «Quaderni di Filologia Romanza», 14, pp. 77-101 e G. San-
tini, Rime care e lessico economico in Monte Andrea, in Les-
sico, parole-chiave, strutture letterarie del Medioevo roman-
zo, a c. di S. Bianchini, Roma 2005, pp. 375-398. Si veda
anche il volume Letteratura e denaro : ideologie, metafore,
rappresentazioni, Padova 2014, con un importante saggio sul
Fiore di Dante dello stesso Paolo Canettieri. Su Dino Compa-

44

gni, vedi il ricco commento di Davide Cappi all’edizione del-
la Cronica, Roma 2013. Sulle implicazioni moderne e con-
temporanee dell’idea di debito, vedi E. Stimilli, Debito e
colpa, Roma 2015.

45

ADERENTI ALLA ASSOCIAZIONE
PER LO SVILUPPO DEGLI STUDI DI BANCA E DI BORSA

Alba Leasing S.p.A.
Allianz Bank Financial Advisors, S.p.A.
Asset Banca S.p.A.
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Banca Agricola Commerciale della Repubblica di San Marino
Banca Agricola Popolare di Ragusa
Banca di Bologna
Banca Carige S.p.A.
Banca Cassa di Risparmio di Asti S.p.A.
Banca CIS - Credito Industriale Sammarinese S.p.A.
Banca Credito Cooperativo di Cambiano
Banca Fideuram S.p.A.
Banca Finanziaria Internazionale S.p.A.
Banca del Fucino S.p.A.
Banca Mediolanum S.p.A.
Banca di Piacenza
Banca del Piemonte S.p.A.
Banca Popolare dell’Alto Adige S.p.A.
Banca Popolare di Bari
Banca Popolare di Cividale Scpa.
Banca Popolare dell’Emilia Romagna
Banca Popolare di Puglia e Basilicata
Banca Popolare Pugliese
Banca Popolare di Sondrio
Banca Popolare Valconca S.p.A
Banca Popolare di Vicenza
Banca di Sassari S.p.A.
Banca Sella Holding S.p.A.
Banca del Sud S.p.A.
Banca Valsabbina Scpa
Banco BPM S.p.A.
Banco di Desio e della Brianza
Banco di Sardegna S.p.A.
BCC di Spello e Bettona
BNL Gruppo Bnp Paribas
Carifermo S.p.A.
Cassa Lombarda S.p.A.
Cassa di Risparmio in Bologna S.p.A.
Cassa di Risparmio di Bolzano S.p.A.
Cassa di Risparmio di Cento S.p.A.
Cassa di Risparmio Friuli Venezia Giulia S.p.A.
Cassa di Risparmio di Ravenna S.p.A.
Cassa Risparmio di Rimini S.p.A.
Cassa di Risparmio di San Miniato S.p.A.
Cassa di Risparmio del Veneto S.p.A.
Cedacri S.p.A.
Credito di Romagna S.p.A.
Credito Siciliano S.p.A.
Credito Valtellinese
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Intesa SanPaolo S.p.A.
Istituto Centrale Banche Popolari Italiane
IW Bank S.p.A.

46

Mediocredito Trentino Alto Adige S.p.A.
State Street Bank S.p.A.
UBI Banca S.p.A.
UBI Pramerica SGR S.p.A.
Unicredit S.p.A.
Unipol Banca S.p.A.
Veneto Banca S.p.A.

Amici dell’Associazione
AD Advisory Srl
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Cabel Industry S.p.A.
Carta Si S.p.A.
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Crif Decision Solution S.p.A.
Epic Sim S.p.A.
Ernst & Young Financial Business Advisors S.p.A.
Key2 People
KPMG Advisory S.p.A.
Oasi Diagram S.p.A.
Parente & Partners Srl
Pitagora S.p.A.
Unione Fiduciaria S.p.A.

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48

QUADERNI PUBBLICATI

N. 1 Dionigi Card. Tettamanzi
“ORIENTAMENTI MORALI DELL’OPERARE
NEL CREDITO E NELLA FINANZA”
Introduzione di G. Vigorelli - F. Cesarini - novembre 2003

N. 2 G. Rumi - G. Andreotti - M. R. De Gasperi
“UN TESTIMONE DELL’APPLICAZIONE DELL’ETICA
ALLA PROFESSIONE: ALCIDE DE GASPERI”
Introduzione di G. Vigorelli - dicembre 2004

N. 3 P. Barucci
“ETICA ED ECONOMIA NELLA «BIBBIA» DEL CAPITALISMO”
Introduzione di G. Vigorelli - aprile 2005

N. 4 A. Ghisalberti
“IL GUADAGNO OLTRE IL NECESSARIO: LEZIONI
DALL’ECONOMIA MONASTICA”
Introduzione di G. Vigorelli - maggio 2005

N. 5 G.L. Potestà
“DOMINIO O USO DEI BENI NEL GIARDINO DELL’EDEN?
UN DIBATTITO MEDIEVALE FRA DIRITTO E TEOLOGIA”
Introduzione di G. Vigorelli - giugno 2005

N. 6 E. Comelli
“IL RUOLO DELLA DONNA NELL’ECONOMIA:
LA TRADIZIONE EBRAICA”
Introduzione di G. Vigorelli - giugno 2005

N. 7 A. Profumo
“L’IMPRENDITORE TRA PROFITTO, REGOLE E VALORI”
Introduzione di G. Vigorelli - ottobre 2005

N. 8 S. Gerbi
“RAFFAELE MATTIOLI E L’INTERESSE GENERALE”
Introduzione di G. Vigorelli - novembre 2005

N. 9 A. Bazzari
“ASPETTI ECONOMICI DELLA CARITÁ ORGANIZZATA”
Introduzione di G. Vigorelli - dicembre 2005

N. 10 L. Sacconi
“PUÒ L’IMPRESA FARE A MENO DI UN CODICE MORALE?”
Introduzione di G. Vigorelli - febbraio 2006

N. 11 S. Piron
“I PARADOSSI DELLA TEORIA DELL’USURA NEL MEDIOEVO”
Introduzione di G. Vigorelli - aprile 2006

N. 12 A. Spreafico
“MERCATO, GIUSTIZIA, MISERICORDIA: riflessione biblica”
Introduzione di G. Vigorelli - maggio 2006

49

N. 13 L. Castelfranchi
“IL DENARO NELL’ARTE”
Introduzione di G. Vigorelli - giugno 2006

N. 14 D. Tredget
“I BENEDETTINI NEGLI AFFARI E GLI AFFARI COME VOCAZIONE:
L’EVOLUZIONE DI UN QUADRO ETICO PER LA NUOVA ECONOMIA”
Introduzione di G. Vigorelli - ottobre 2006

N. 15 G. Forti
“PERCORSI DI LEGALITÀ IN CAMPO ECONOMICO:
UNA PROSPETTIVA CRIMINOLOGICO-PENALISTICA”
Introduzione di G. Vigorelli - dicembre 2006

N. 16 V. Colmegna
“ASPETTI ECONOMICI E NON DI UNA FONDAZIONE:
L’ESPERIENZA DELLA CASA DELLA CARITÀ”
Introduzione di G. Vigorelli - gennaio 2007
Presentazione di D. Parisi

N. 17 I. Musu
“CRESCITA ECONOMICA E RISORSE ESAURIBILI: LA SFIDA
ENERGETICO-AMBIENTALE”
Introduzione di G. Vigorelli - gennaio 2007
Presentazione di D. Parisi

N. 18 G. Cosmacini
“LA QUALITÀ DELLA MEDICINA TRA ECONOMIA ED ETICA:
UNA VISIONE STORICA”
Introduzione di G. Vigorelli - febbraio 2007
Presentazione di M. Lossani

N. 19 D. Antiseri
“LA «VIRTÙ» DEL MERCATO NELLA TRADIZIONE
DEL CATTOLICESIMO LIBERALE”
Introduzione di G. Vigorelli - marzo 2007
Presentazione di S. Galvan

N. 20 N. Kauchtschischwili
“DOSTOEVSKIJ E IL DENARO”
Introduzione di G. Vigorelli - maggio 2007
Presentazione di D. Parisi

N. 21 E. Reggiani
“BEAU IDÉAL. HARRIET MARTINEAU
E UNA RAPPRESENTAZIONE DEL CAPITALIST”
Introduzione di G. Vigorelli - maggio 2007
Presentazione di D. Parisi

N. 22 P. Cherubini
“STUDIARE DA BANCHIERE
NELLA ROMA DEL QUATTROCENTO”
Introduzione di G. Vigorelli - luglio 2007
Presentazione di G.L. Potestà

50

N. 23 C. Casagrande
“IL PECCATO DI AVARIZIA NEL MEDIOEVO”
Introduzione di G. Vigorelli - ottobre 2007
Presentazione di G.L. Potestà

N. 24 A. Varzi
“IL DENARO È UN’OPERA D’ARTE (O QUASI)”
Introduzione di G. Vigorelli - novembre 2007
Presentazione di S. Galvan

N. 25 L. Ornaghi
“INTERESSE E ANTROPOLOGIA INDIVIDUALISTA:
IL POSSESSIVISMO ‘MODERNO’”
Introduzione di G. Vigorelli - dicembre 2007
Presentazione di D. Parisi

N. 26 R. Rusconi
“MONTE DI DENARO E MONTE DELLA PIETÀ
PREDICAZIONE, PRESTITO A USURA E ANTIGIUDAISMO
NELL’ITALIA RINASCIMENTALE”
Introduzione di G. Vigorelli - marzo 2008
Presentazione di G.L. Potestà

N. 27 A. Perego
“IL CITTADINO-CONSUMATORE E IL MERCATO:
VITTIMA O PROTAGONISTA?”
Introduzione di G. Vigorelli - maggio 2008
Presentazione di D. Parisi

N. 28 G. Vaggi
“DALLA MONETA IN ADAM SMITH AI DERIVATI,
OVVERO LA FINANZA E LA PRODUZIONE DI RICCHEZZA”
Introduzione di G. Vigorelli - maggio 2008
Presentazione di D. Parisi

N. 29 F. Botturi
“LA RICHEZZA DEL BENE COMUNE”
Introduzione di G. Vigorelli - giugno 2008
Presentazione di S. Galvan

N. 30 G. Ceccarelli
“DENARO E PROFITTO A CONFRONTO:
LE TRADIZIONI CRISTIANA E ISLAMICA NEL MEDIOEVO”
Introduzione di G. Vigorelli - luglio 2008
Presentazione di G.L. Potestà

N. 31 S. Natoli
“IL DENARO E LA FELICITÀ”
Introduzione di G. Vigorelli - dicembre 2008
Presentazione di S. Galvan

N. 32 D. Rinoldi
“CORRUZIONE PUBBLICA E PRIVATA, UNITÀ DEL MONDO, SOCIETÀ LIQUIDA”
Introduzione di G. Vigorelli - gennaio 2009
Presentazione di D. Parisi

51

N. 33 G. Costa
“GUGLIELMO RHEDY, HOMO ECONOMICUS”
Introduzione di G. Vigorelli - gennaio 2009
Presentazione di D. Parisi

N. 34 A. Cova
“BANCHIERI E BANCHE NELL’EUROPA MODERNA E CONTEMPORANEA:
GIOVANNI ANTONIO ZERBI E JOHN LAW”
Introduzione di G. Vigorelli - febbraio 2009
Presentazione di D. Parisi

N. 35 P. Giarda
“LA FAVOLA DEL FEDERALISMO FISCALE”
Presentazione di D. Parisi - marzo 2009

N. 36 E. Fehr
“ON SELF-INTEREST AND COMMON INTEREST NEUROECONOMIC
REFLECTIONS”
Presentazione di D. Parisi - luglio 2009

N. 37 R. Lambertini
“IL DIBATTITO MEDIEVALE SUL CONSOLIDAMENTO
DEL DEBITO PUBBLICO DEI COMUNI”
L’intervento del teologo Gregorio Da Rimini (†1358)
Introduzione di G. Vigorelli - giugno 2009
Presentazione di G.L. Potestà

N. 38 A. Varzi
“IL FILOSOFO E I PRODOTTI DERIVATI”
Introduzione di G. Vigorelli - luglio 2009
Presentazione di S. Galvan

N. 39 M. Onado
“CRISI FINANZIARIA E REGOLE”
Introduzione di G. Vigorelli - ottobre 2009
Presentazione di M. Lossani

N. 40 E. Anheim
“IL FINANZIAMENTO DELLA PITTURA ALLA CORTE DEI PAPI”
SECOLI XIII-XV)
Introduzione di G. Vigorelli - novembre 2009
Presentazione di G.L. Potestà

N. 41 E. Mazza
“LA RICCHEZZA DELLA LITURGIA”
Introduzione di G. Vigorelli - dicembre 2009
Presentazione di D. Parisi

N. 42 K. Kempf
"IN UNA BIBLIOTECA SI È IN PRESENZA DI UN GRANDE CAPITALE
SILENZIOSAMENTE FRUTTIFERO" (JOHANN WOLFGANG VON GOETHE).
RIFLESSIONI ED ESPERIENZE DI UN BIBLIOTECARIO
Introduzione di G. Vigorelli - gennaio 2010
Presentazione di G.L. Potestà

52

N. 43 C. Märtl
"LE FINANZE PAPALI DEL PRIMO RINASCIMENTO: TRA MAGNIFICENZA
E CONTABILITÀ"
Presentazione di G. Vigorelli - febbraio 2010
Presentazione di G.L. Potestà

N. 44 S. Sangalli
"RELIGIONS AND BUSINESS ETHICS: IL FUTURO UMANO DELLA
GLOBALIZZAZIONE"
Presentazione di D. Parisi - marzo 2012

N. 45 L. Becchetti
"LA SPIRITUALITÀ IGNAZIANA, L’ECONOMIA E IL DENARO: PRINCIPI
CHIAVE E SPUNTI PER L’ATTUALITÀ"
Presentazione di D. Parisi - aprile 2012

N. 46 P. Saraceno
"QUANDO L’ENERGIA CREA RICCHEZZA"
Presentazione di D. Parisi - maggio 2012

N. 47 L. Lepri
"DEL DENARO O DELLA GLORIA. LIBRI, EDITORI E VANITÀ NELLA
VENEZIA DEL CINQUECENTO"
Presentazione di D. Parisi - marzo 2013

N. 48 G. Sapelli
“L’UTILITÀ E IL DANNO DELLA RICCHEZZA”
Presentazione di D. Parisi - aprile 2013
M. Caffiero
“LO STEREOTIPO DELL’EBREO USURAIO E TRUFFATORE”
Presentazione di G.L. Potestà - maggio 2013

N. 49 G. Vian
"CHIESA, LAICATO CATTOLICO E UTILIZZO DEL DENARO TRA FINE ‘800 E
INIZIO ‘900 TRA TEORIA E PRATICA"
Presentazione di G.L. Potestà - marzo 2014

N. 50 J. Birner
"LA MONETA: BENE O MALE COLLETTIVO?"
Presentazione di D. Parisi - maggio 2014

N. 51 C. Continisio
"LIBERALITA’, TEMPERANZA, DONO, FRA ARCHEOLOGIA DEL PENSIERO
E PROSPETTIVE PER IL FUTURO"
Presentazione di D. Parisi - giugno 2014

N. 52 M. Lackner
"DENARO ED ETICA ECONOMICA NELLA CULTURA CINESE"
Presentazione di G. Potestà - marzo 2015

N. 53 F. Felice
"IL DENARO DEVE SERVIRE, NON GOVERNARE"
Presentazione di S. Galvan - aprile 2015

53

N. 54 N. Parisi
“STATO DI PULIZIA”? SOGLIE DI CORRUZIONE E ATTIVITÀ DI
CONTRASTO. A PROPOSITO DI APPALTI, MA NON SOLO…
Presentazione di D. Parisi - maggio 2015

N. 55 S. Petrosino
“IL SOGGETTO, IL POTERE, IL DENARO”
Presentazione di D. Parisi - ottobre 2015

N. 56 F. Arici
“LA GESTIONE ‘ANTIECONOMICA’ DI UNA MISSIONE APOSTOLICA”
Presentazione di G. L. Potestà - novembre 2015

N. 57 M. Grillo
“GIUBILEO E REMISSIONE DEL DEBITO ANTICHE ISTITUZIONI SOCIALI
E FINANZA MODERNA”
Presentazione di D. Parisi - gennaio 2016

54

55

Per ogni informazione circa le pubblicazioni ci si può rivolgere alla Segreteria
dell’Associazione - tel. 02/62.755.252 - E-mail:
[email protected]
- sito web: www.assbb.it

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References (11)
Mediocredito Trentino Alto Adige S.p.A. State Street Bank S.p.A. UBI Banca S.p.A. UBI Pramerica SGR S.p.A. Unicredit S.p.A. Unipol Banca S.p.A. Veneto Banca S.p.A. N. 43 C. Märtl "LE FINANZE PAPALI DEL PRIMO RINASCIMENTO: TRA MAGNIFICENZA E CONTABILITÀ" Presentazione di G. Vigorelli -febbraio 2010 Presentazione di G.L. Potestà N. 44 S. Sangalli "RELIGIONS AND BUSINESS ETHICS: IL FUTURO UMANO DELLA GLOBALIZZAZIONE" Presentazione di D. Parisi -marzo 2012
N. 45 L. Becchetti "LA SPIRITUALITÀ IGNAZIANA, L'ECONOMIA E IL DENARO: PRINCIPI CHIAVE E SPUNTI PER L'ATTUALITÀ" Presentazione di D. Parisi -aprile 2012
N. 46 P. Saraceno "QUANDO L'ENERGIA CREA RICCHEZZA" Presentazione di D. Parisi -maggio 2012
N. 47 L. Lepri "DEL DENARO O DELLA GLORIA. LIBRI, EDITORI E VANITÀ NELLA VENEZIA DEL CINQUECENTO" Presentazione di D. Parisi -marzo 2013
N. 48 G. Sapelli "L'UTILITÀ E IL DANNO DELLA RICCHEZZA" Presentazione di D. Parisi -aprile 2013
M. Caffiero "LO STEREOTIPO DELL'EBREO USURAIO E TRUFFATORE" Presentazione di G.L. Potestà -maggio 2013
N. 49 G. Vian "CHIESA, LAICATO CATTOLICO E UTILIZZO DEL DENARO TRA FINE '800 E INIZIO '900 TRA TEORIA E PRATICA" Presentazione di G.L. Potestà -marzo 2014
N. 50 J. Birner "LA MONETA: BENE O MALE COLLETTIVO?" Presentazione di D. Parisi -maggio 2014
N. 51 C. Continisio "LIBERALITA', TEMPERANZA, DONO, FRA ARCHEOLOGIA DEL PENSIERO E PROSPETTIVE PER IL FUTURO" Presentazione di D. Parisi -giugno 2014
N. 52 M. Lackner "DENARO ED ETICA ECONOMICA NELLA CULTURA CINESE" Presentazione di G. Potestà -marzo 2015
N. 53 F. Felice "IL DENARO DEVE SERVIRE, NON GOVERNARE" Presentazione di S. Galvan -aprile 2015
Antonio Montefusco
Università Ca' Foscari Venezia, Faculty Member
Assisant Professor of Medieval Latin
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DANZA POESIA E MUSICA IN FABULA BOLOGNA 1487 – NOZZE BENTIVOGLIO-D’ESTE - Annali on line di Ferrara-Lettere. 3 (2007)
Francesca Bortoletti
A partire dalla metà del XV secolo nasce, come ormai noto, nell'area italiana una tradizione teorica della danza, accompagnata da un'opera di trascrizione di balli, coreografie e notazioni musicali. Sono dati alla scrittura e codificati passi e danze propri di un repertorio coreutico, in parte assimilato dalle consuetudini festive cortigiane e cittadine, in parte aperto a nuove sperimentazioni e rielaborazioni. Questa tradizione, costituita essenzialmente da 10 manoscritti e da alcuni frammenti e legata all'attività teorico e pratica dei maestri di danza, Domenico da Piacenza e Guglielmo Ebreo, e dell'umanista Antonio Cornazano, si presenta un materiale documentario insostituibile per gli storici della danza di questo periodo 1 . Si tratta di testi in cui troviamo enumerate le leggi che regolavano l'arte coreutica, descritte le danze, definiti uno o più stili, stabilite le norme che ordinavano la creazione di nuove coreografie e, in alcuni casi, trascritte le musiche. Si tratta, cioè, di testi sui quali si stava codificando quell'impianto teorico che la critica specialistica ha oggi definito con il termine di stile italiano quattrocentesco della danza.
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DANTE E IL POEMA DELL'ACQUA
Giampiero Marano
Dante e il poema dell'acqua, 2021
Con Dante e il poema dell'acqua Giampiero Marano aggiunge un nuovo e decisivo tassello a un lungo lavoro di rilettura critica - condotta secondo la fertile quanto inedita prospettiva schiusa dalla philosophia perennis - della storia della letteratura italiana. Questo breve ma denso saggio muove dal presupposto che Dante, in quanto erede dell'antica sapienza mediterranea, sia da annoverare fra i "maestri di verità" di ogni tempo. Del resto, tutta la grande poesia, come quella della Commedia, non essendo riducibile a mera espressione estetica e sentimentale di una soggettività, contiene anche una rivelazione, il dono e la visione di una conoscenza profonda dell'uomo e dell'universo. Le molteplici, metamorfiche configurazioni che il simbolismo dell'acqua viene ad assumere nel poema dantesco vengono qui esplorate con estremo rigore filologico, nulla concedendo a discutibili interpretazioni modernizzanti (di tipo psicanalitico, per esempio). Esse, infatti, tendono a eludere il problema di ricostruire adeguatamente un clima e una temperie spirituale molto lontani dalla nostra mentalità, che sono quelli propri di una civiltà "tradizionale" nel senso guénoniano del termine.
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DA DANTE A BERENSON SETTE SECOLI TRA PAROLE E IMMAGINI Memoria del tempo
maria cristina cabani
2017
Il volume, di carattere spiccatamente interdisciplinare, raccoglie tredici saggi incentrati sull'intreccio fra parola e immagine. Da prospettive diverse , si indagano tematiche riguardanti il rapporto tra arti visive e lette-ratura: dalla potenza icastica della parola dantesca alla ricchezza esegetica e iconografica della prima tradizione di commento alla Commedia; dal rapporto che Leonardo da Vinci-di cui si analizza la poco nota scrittura destrorsa-intrattenne con l'opera e la figura di Dante, fino alla peculiare fortuna critica dei disegni di Sandro Botticelli per il poema negli anni di Bernard Berenson. Oltre l'Alighieri, la prospettiva si allarga per affron-tare il rapporto fra ideazione di immagini e fonti testuali fra tardo Me-dioevo e Rinascimento; la pratica mariniana del "ritratto" in versi; il ruolo che le immagini giocano nella prima Grammatica illustrata dell'italiano pubblicata nel 1898. Arricchisce il volume un contributo sulla forma-zione del giovane Boccaccio. Temi tutti cari a Lucia Battaglia Ricci, alla quale il volume è offerto. Premessa delle curatrici-Marcello Ciccuto, Il canto di Omero, che «sovra li altri com'aquila vola»-Corrado Bologna, "Ars poetica" e artista nella «Commedia» dantesca (e dintorni)-Alberto Casadei, Forme dell'"inventio" nel finale del «Paradiso»: qualche appunto sul trentesimo canto-Marco Collareta, Memoria scritturale e contesto narrativo nell'invettiva di Dante contro Firenze-Fabrizio Franceschini, Guido da Pisa, l'«Epistola a Can-grande» e i primi "accessus" a Dante-Marco Santagata, L'apprendista mercante. Per la biografia del giovane Boccaccio-Chiara Balbarini, «Fac al piue pietoxo modo che say». Originalità e canone iconografico nella vi-sualizzazione di testi devozionali e liturgici-Gigetta Dalli Regoli, Fiorenza, "urbium flos". Il contributo di Sandro Botticelli e di Piero di Cosimo-Marco Cursi, Da sinistra a destra: la "seconda scrittura" di Leonardo-Anna Pegoretti, Leonardo e Dante: appunti per una ricerca inevitabile-Maria Cristina Cabani, Il Tasso del Marino: dal ritratto all'autoritratto-Roberta Cella, La «Grammatichetta Illustrata» di Giulio Orsat Ponard (1898)-Lino Pertile, I disegni di Botticelli per la «Commedia» da Bernard
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OdB: «Quaderni milanesi» e la cultura degli anni Sessanta
Giacomo Raccis
Vorrei cominciare il mio intervento su OdB con un'excusatio non petita, che se da un lato smaschera una mia connaturata "incertezza", dall'altra potrebbe risultare foriera di deduzioni significative, utili a comprendere fin da subito la capillarità e il dinamismo dell'impegno culturale di OdB. Sono arrivato infatti a scoprire la sua figura di intellettuale in maniera indiretta, lavorando e studiando su altri personaggi suoi coetanei e suoi prossimi nella Milano degli anni Sessanta, figure come Emilio Tadini, pittore, critico d'arte e romanziere ancora troppo poco studiato, e Luciano Bianciardi, polemico narratore dell'alienazione e dell'integrazione, ancora vincolato da una lettura che lo vuole campione solitario e isolato di una battaglia culturale persa e per questo eroica. Infatti, lavorando sui testi e sulle biografie di questi personaggi, mi sono trovato nella necessità di costeggiare l'attività di un intellettuale, OdB appunto, che per entrambi si è rivelato figura di riferimento. E, d'altra parte, chiunque decida di lavorare sull'attività culturale e letteraria della Milano tra fine anni Cinquanta e inizio anni Sessanta, non può esimersi dal constare la centralità, spesso anche nascosta, di OdB, come aggregatore di forze intellettuali, organizzatore di attività, costruttore e disfacitore di sempre nuove imprese. Su una di queste, la rivista letteraria «Quaderni milanesi», vorrei soffermarmi in quest'occasione; e lo vorrei fare per due motivi: primo, perché si tratta di un'impresa quasi dimenticata nella storia editoriale dell'Italia del secondo Novecento 1 ; secondo, perché il suo studio consente di sviluppare ulteriormente, in direzione di un insospettato versante critico-teorico, la fisionomia intellettuale di OdB.
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Figure del tempo barocco. Dipinti dell'Opera Pia dei Poveri Vergognosi a Bologna
Marco Riccòmini
2016
Exhibition catalogue on some thirty Bolognese Baroque and Rococo paintings from the Opera Pia dei Poveri Vergognosi, Bologna.
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COME DICE IL FILOSOFO»: DANTE E LA LITTERA DI ARISTOTELE
Gianfranco Fioravanti
Riassunto • L'articolo presenta una rassegna ragionata di tutte (o quasi) le citazioni letterali da Aristotele presenti nel Convivio e nel Monarchia. Essa può gettare una luce ulteriore non solo sulla effettiva conoscenza che Dante ebbe degli scritti del Filosofo, ma anche sui modi e sui luoghi in cui essa fu acquisita. Parole chiave • Dante, Aristotele (citazioni da). Abstract • «How the philosopher says»: Dante and Aristotle's Littera • This paper tries to answer the old question of how and how much Dante knew the works of Aristotle by making a census as complete as possible of literal Aristotelian quotations in the Convivio and the Monarchia.
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Il tempo della poesia in Boezio e in Dante.Note sul De Consolatione Philosophiae e sul Convivio
Annamaria Carrega
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Il Cenacolo e il restauro. Tra ‘nucleo poetico’ e materia (2020)
Silvia Cecchini
in Cenacolo e Sistina. Diffusione, traduzioni, citazioni, a cura di T. Casini, Artemide, Roma 2020, pp. 183-198.
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Danto, l'arte e i regimi di storicità. Un percorso di lettura
Luisa Sampugnaro
Rivista di Estetica n.77 (2/2021) Arte e fine dell'arte. Radici continentali nella filosofia dell'arte di Arthur Danto, 2021
The article aims to provide a point of view for understanding the conceptual genesis of ‘post-history’, the key idea of Danto’s theory of contemporary art. To do this, reference is made to an essay from Beyond the Brillo Box which analyzes the various forms the past has assumed in the Western tradition, from the point of view of the influence exerted from narrative structures on artists and their practices. Danto’s argument will be clarified through the notion of ‘regime of historicity’ (Hartog). Based on this, the article discusses three different paradigms of the historicity of art: each is the expression of a specific experienced mediation between the temporal dimensions of the past, present and future. First of all: the relationship of imitative recovery of the past, corresponding to the pre-modern scheme of history understood as exemplary and repeatable. Later, the article focuses the link of transformation/negation of the artistic past, both corresponding to the modern, linear and vectoral view of history. Finally, it will emerge the spatialized exploration of the past, that is, a neutral relationship with it no longer marked by the principle of authority: Danto’s post-history points out a situation in which the historical past of art is an available repertory of styles to be used.
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ANATTA E ANICCA NELLA POETICA INTERSTIZIALE DI FERNANDO PESSOA
Antonio Cardiello
Revista Lusófona de Ciências das Religiões, 2007
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