Ritratti Volontari
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La Fondazione Querini Stampalia è tra le più antiche istituzioni culturali italiane. Dal 1869 promuoviamo “il culto dei buoni studi, e delle utili discipline”, con lo sguardo curioso e la passione per il futuro.
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Foto di Adriano Mura
Il progetto
Ritratti Volontari
, promosso dalla Fondazione Querini Stampalia, nasce dal desiderio di rendere visibile una comunità per noi preziosa e fondamentale. Più che una semplice documentazione fotografica, il progetto si configura come un dispositivo di riconoscimento dedicato alle persone che temporaneamente abitano, custodiscono e rendono la Fondazione un luogo speciale e accogliente.
Figure essenziali e discrete, le volontarie e i volontari sono parte integrante della vita dell’istituzione. Ritratti Volontari interviene su quello che potremmo definire una soglia di visibilità, trasformando coloro che quotidianamente accolgono, orientano e accompagnano il pubblico, nei protagonisti dell’immagine.
Affidando questi ritratti alla fotografa Giusy Calia, la Fondazione sceglie un linguaggio capace di restituire non solo un ruolo ma una presenza. Grazie alla sua sensibilità e alla capacità di instaurare un rapporto empatico con le persone ritratte, Giusy Calia lascia affiorare ciò che spesso resta invisibile: «Ogni ritratto è stato prima di tutto un incontro. Mi interessa sostare in ascolto, lasciare che il volto emerga senza dover rappresentare qualcosa. Ho cercato la qualità dello stare: quel modo silenzioso e personale di appartenere a un luogo e di renderlo vivo».
La trasformazione delle fotografie in uno slideshow proiettato in Auditorium amplia ulteriormente il senso del progetto: i ritratti, nati come incontri individuali, diventano qui una sequenza collettiva, un ritratto corale.
La Fondazione Querini Stampalia è la prima istituzione culturale in Italia che, a partire dal 2012, coinvolge un centinaio di volontari per attività giornaliere di accoglienza del pubblico, piccole manutenzioni di restauro di libri moderni e ricolloco quotidiano dei volumi della Biblioteca. Oggi il progetto è possibile grazie alla collaborazione delle associazioni Archeoclub Venezia, Auser Venezia, UNCI – Unione Nazionale Cavalieri d’Italia, Polizia Penitenziaria a cui i volontari sono iscritti.
Ritratti Volontari
Il ritratto fotografico è un dispositivo di relazione di una persona e dunque anche della sua maschera, non solo e non tanto la rappresentazione di un individuo. Un luogo in cui negli sguardi si intrecciano potere delle immagini, presenza del corpo, medium e contesto, configurando il ritratto come un evento insieme politico e antropologico.
Ogni fotografia, scrive Ariella Azoulay istituisce un “contratto civile tra chi fotografa, chi è fotografato e chi guarda”, ma nel ritratto in particolare, diventa uno spazio in cui il soggetto fotografato continua a rivendicare un diritto di apparire mentre sottrae parte di sé allo sguardo dell’altro. Guardare un ritratto ci obbliga sempre in qualche misura ad assumere una posizione etica nei confronti di quella presenza che ci interpella.
Un volto fotografato è un’immagine che accende una relazione e insiste sulla sua visibilità, richiede attenzione, vuole essere visto, riconosciuto, ricordato ma non appartiene più soltanto alla persona rappresentata, entra invece in una moltitudine di immagini che prolungano e trasformano la presenza dei corpi per creare un campo di relazioni, un luogo in cui la presenza, anche solo come traccia di qualcuno che è stato davanti all’obiettivo, continua a negoziare il rapporto con lo sguardo.
Il ritratto è (quasi) sempre volontario, implica una forma di consenso: accettare di essere ritratto, di esporsi allo sguardo della macchina fotografica e a quello, potenzialmente infinito dell’altro. Tuttavia questa disponibilità non coincide mai con una piena consegna di sé all’immagine. Nel verbo ritrarre si annida una tensione semantica rivelatrice: ritrarre significa raffigurare, ma anche tirarsi indietro, sottrarsi. Ogni ritratto nasce dunque da un gesto duplice nel quale il soggetto si offre alla fotografia e nello stesso tempo si ritrae, lasciando nell’immagine una zona opaca, qualcosa che sfugge alla presa dell’obiettivo. Una traccia di qualcosa che si concede e si sottrae simultaneamente e che, come ci ha magistralmente insegnato Jean-Luc Nancy, non coincide completamente con il soggetto che non è mai totalmente contenuto nell’immagine. In questo caso dunque, il gesto volontario non solo si contraddice e si nega, ma nel suo ritrarsi impedisce alla fotografia di esaurire il volto che intende mostrare. Giusy Calia, conosce molto bene questo meccanismo e riesce a coglierlo nel momento in cui vibra dentro l’istante infinitesimale dello scatto digitale. Dopo aver costruito nella relazione empatica con il soggetto le condizioni per l’apparire, scatta la fotografia con la consapevolezza di ciò che sfugge, restituendo l’intensità di un momento che appartiene al soggetto senza che per questo ne sia la sua definizione.
Cristiana Collu
Direttrice Fondazione Querini Stampalia
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